UN PROPHETE - Un profeta dell'identità perduta
Il profeta attraversa il suo inferno parlando tutte le lingue e vestendosi dell'anima mulitetnica delle banlieue. La regia di Audiard impressiona di fotogramma in fotogramma, ma solo dopo due terzi della pellicola ha finalmente deciso: Malik è l'unico assoluto protagonista di questo microcosmo appestato di violenza dove còrsi, musulmani africani e neri caraibici, sono disperati Caino nella babilonia che sputa fuoco e vomita vendetta.
Ad diavolo Sarkozy e la sua indomabile egenomia ideologica. Al diavolo la falsa utopia di una paese multirazziale pronto ad accogliere i suoi figli illegittimi per chiuderli nelle banlieue e buttare via la chiave. Un tempo per la rivoluzione servivano braccia e non cervelli. Ora per sopravvivere nella Francia in stile 'sarko' serve la forza di una 'profeta'. Non la voce instancabile di un combattente pronto ad immolarsi, ma il lucido e machiavellico sacerdote di una nuova era. Il profeta del regista Audiard incarna 'l'uomo nuovo' di questa complessa fase storica, la sua personalità non eleva gli spiriti ma meglio di altri sa capire e prevedere dove il tessuto sociale sprofonda e marcisce e lì, in quel luogo senza leggi e padroni, lui guiderà la rinascita sociale. Il bisogno di chi viene da lontano è conoscere e capire la sua identità. Il ladro rifugiato semi analfabeta maghrebino Malik (Tahar Rahim) che arriva nel penitenziario francese provvisto solo di qualche straccio e una vecchia banconata che puzza ancora del deserto algerino, la nasconderà dentro le scapre, dovrà iniziare da capo la propria educazione antropologica all'umanità. La sua permanenza all'interno della comunità di banditi, ladri, stupratori, spacciatori non dipenderà dalla cristologica capacità di resistenza passionale al dolore, ma dalla sua darwiniana evoluzione verso la sopravvivenza. Per uscire vivi da Sodoma e Gomorra non servirà la fuga dalle mura della città, ma l'adattamento violento e camaleontico all'ambiente e ai suoi slang. Il profeta di Audiard non predica il suo verbo, non ne conosce alcuno di quelli parlati dai suoi compagni di gabbia, ma con un taglio secco e sanguinoso recide, nella primissima parte del film, la gola ad un detenuto. Unica scelta per non finire schiacciato dal clan còrso che l'ha scelto come killer/vittima. Il suo battesimo nella babilonia viscerale e multiculturale degli ultimi di Francia è quello di tagliare/togliere la voce al prossimo per poter restare, da vivo, all'inferno. Da quel momento Malik si impossessa dell'anima della sua vittima, del suo spirito e, con il procedere della sua identità musulmana, sarà il suo compagno nei momenti di solitudine. Come per i tanti profeti di questo mondo lo sono stati gli spiriti eletti. Il giovane maghrebino Malik senza patria e lingua, ma sporco del sangue del suo 'fratello', ha avuto il suo battesimo. E ora può iniziare la sua scalata lenta e costante nel mondo dei grandi. Potrà impare a parlare e ad ascoltare le tante lingue che popolano le babilonie di Francia. Malik 'il profeta'
sarà prima lo schiavo del boss dei còrsi, Cèsar Luciani (uno straordinario Niels Arestrup, attore del nord europa, alle prese con un'identità altra) il padrino del carcere. Da lui e dalla sua piccola enclave di ex terroristi ora dediti al riciclaggio di denaro, apprenderà come muoversi in quell'ambiente per gestire i traffici nel mondo. Le sue orecchie apprenderanno il còrso, la lingua neolatina ancora diffusa in molte parti della Corsica, e usata dai gangster per parlare tra di loro (così vicina all'italiano da essere un simbolico 'slang' come il siciliano dei mafiosi in pellicola). Luciani gli ordini ai suoi li dà in còrso, proprio come lo stanco Napoleone si rivolgeva ai suoi fedelissimi quando era costretto al confino fuori dalla Francia o come le smorsicature anglo-sicule del Brando/Corleone. E proprio come l'imperatore Luciani comanda la sua enclave sfidando i nemici musulmani, l'altra identità che il profeta incrocerà nel suo viaggia all'inferno. I còrsi e i 'fratelli' musulmani stringono nelle mani i gendarmi francesi, e con loro la picciola Francia rappresentata da Audiard. Malik, come una spugna bulimica assorbirà le due culture, le due lingue, le loro parole e i loro segnali codificati. Come un vestito fresco di sarto queste identità si plasmeranno al suo spirito di 'uomo nuovo' e nella sua anima si intrecceranno fondendosi in una cultura 'altra'. Malik, il giovane arabo bianco, che se la fa con i còrsi, anche se la sua terra è il deserto e il futuro scritto nelle brutali banlieue di Francia, non tralascia nulla in questa educazione poco sentimentale. Studia nella scuola del penitenziario per imparare a scrivere nell'alfabeto dei carcerieri (ma anche quello del mondo di fuori con cui fa affari), fa suo il codice del padrino Cèsar sempre più dipendente dal giovane Malik, quasi fosse un vecchio ateo che ha smarrito la retta via. Il profeta attraversa il suo inferno parlando tutte le lingue e vestendosi dell'anima mulitetnica figlia delle colonie d'oltralpe. Audiard impressiona di fotogramma in fotogramma, ma solo dopo due terzi della pellicola ha finalmente deciso: Malik è l'unico protagonista assoluto di questo microcosmo appestato di violenza dove còrsi, musulmani africani e neri caraibici, sono disperati Caino nella babilonia che sputa fuoco e vomita vendetta. Lui, Malik, è ora pronto (e lo è anche il regista) per affrontare il mondo lì fuori, che non aspetta altro che l'avvento di un profeta. Si chiudono le porte di Sodoma e si aprono quelle del paradiso. Dove la famiglia e il suo ricco business l'aspettano. Il ragazzo fattosi uomo è finalmente in grado di parlare tutti i dialetti del mondo. La torre di Babele non è mai crollata, ma è lì davanti a lui pronta per essere scalata. Tutti attendono la parola del Profeta.
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