UN PROPHETE - Metamorfosi di un genere tra Francia e America
Il polar francese riesce laddove il cinema di genere americano non è più lo stesso: nel raccontare cioè il mondo visto dalla cinepresa, nell'instaurare con il pubblico un dialogo sullo stato delle cose della propria Nazione. Il profeta rilegge gli stilemi del genere carcerario per trasformarsi in poema sulla Francia contemporanea, per rappresentare un freddo processo di formazione in un mondo/carcere che estende le proprie regole ben al di là delle sbarre
Nell’articolo “Dov’è il poliziesco?” (Nocturno n. 41, dicembre 2005) Pier Maria Bocchi tirava le somme di un certo cinema di genere, soprattutto americano, che non sembrava affatto godere di buona salute. Scriveva: “le regole servono per essere scardinate, ma le regole servono anche per essere riseguite, rielaborate, rinventate”. Appunto. Una volta comprovato e messo per iscritto che il thriller (o l’action, o il noir) made in U.S.A non riesce più a essere specchio riflesso della contemporaneità (tranne alcune eccezioni), né campo di battaglia delle fondamenta e delle contraddizioni del Grande Paese, cosa rimane? Ora che il cinema americano sembra essere stato sorpassato, doppiato dalle produzioni televisive, dove rivolgere lo sguardo? Mentre il noir di Hong Kong arranca nel tentativo di riacquistare quel prestigio (definitivamente?) perduto con l’handover del 1997 e fatica non poco a ritagliarsi uno spazio nei mercati occidentali, quasi a subire un esilio distributivo forzato (nonostante nell’ex colonia britannica si continui a fare grande cinema, sebbene in maniera diversa e nettamente inferiore rispetto alla new wave degli anni Ottanta), la Francia e i suoi polar ci ricordano che i generi esistono ancora. E opere come Il profeta sono la dimostrazione che, appunto, le regole esistono in virtù della loro rivoluzione. Il film di Audiard si colloca in quel sottogenere che è il film carcerario, e ne esce come l’ideale punto di non ritorno: nell’arco delle sue due ore e mezzo di durata nessun personaggio pronuncia mai le parole “fuga” o “evasione”, perché il suo universo è tale e quale tanto dentro che fuori le sbarre. Se si pensa ai luoghi comuni del genere, dal classico Fuga da Alcatraz al melodrammatico Le ali della libertà, dall’esistenzialista A trenta secondi dalla fine fino a Nick mano fredda, il motore narrativo è costituito dal gesto o dalla preparazione dell’evasione. In Audiard questa non avrebbe senso, perché il suo carcere è già espressione di una nazione, il risultato di una società e di una politica. Senza ergersi a giudice, senza moralismi di sorta: Il profeta è innanzitutto un poema della Francia contemporanea, la Francia divisa tra arabi, magrebini e còrsi; la Francia costruita (nel senso letterale del termine) da braccia algerine ma pronta a nascondere la “feccia” (Sarkozy dixit) entro i confini delle banlieu. Come sopravvivere quindi in un mondo dove i buoni soccombono e il male vince sempre la sua partita, se non seguendo il flusso e imparando a stare dalla parte del più forte? Il processo di formazione del protagonista Malik è scarno, freddo, impietoso, assolutamente lontano da qualsiasi eroism
o alla Melville: nel carcere/mondo si uccide per non essere uccisi, si impara la lingua, i dialetti. Si ascolta e si guarda. La “mano negra” di Audiard è sempre là, attenta: segue ogni gesto, ogni sguardo, registra fedelmente le dinamiche interne della prigione e i suoi riti, per aprirsi poi inaspettatamente a squarci di poesia inediti. Nella sequenza iniziale ci filtra il mondo esterno attraverso le sbarre della camionetta della polizia, e una volta rinchiusi dentro insieme a Malik ci dimentichiamo di dove siamo. Non facciamo più caso alle celle, alle mura decrepite e sporche, alle docce squallide, perché fuori il mondo libero prosegue ed estende le stesse regole della galera. La Francia de Il profeta ci sembra allora come l’America de Il corridoio della paura di Samuel Fuller: un territorio dominato da paure e rancori, incapace di affrontare i propri problemi per poi trasformarli quindi in dèmoni, gli stessi contro i quali si punta il dito ignorandone la genesi. Il polar è oggi per il cinema francese la forma più assoluta e compiuta tramite la quale poter parlare al proprio pubblico, cosa che nel cinema americano sembra dote purtroppo sempre più rara.
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