CANNES 63 - "Robin Hood", di Ridley Scott

Eccolo il baronetto Ridley Scott realizzare la sua poderosa “Nascita di una nazione” britannica, mescolando allegramente, con cipiglio postmoderno e smaliziato da giovane settantaduenne, fatti storici acclarati con deliziose reinvenzioni in stile musical, raccontandoci la più calda e sensuale delle storie d’amore evitando del tutto le scene di sesso e fondando il rapporto amoroso non sul classico “colpo di fulmine” ma su un geniale rapporto economico!

Russel Crowe, Robin hoodE’ spesso impalpabile la “materia di cui sono fatti i film”, un po’ come i sogni, o il misterioso Falcone del film di John Huston e Dashell Hammett. Sono fatti di luce, di movimento, azione, sono fatti di storie… Ma soprattutto sembrano fatti della materia degli spettatori. Li guardiamo, ci compenetriamo, a volte li detestiamo,  restiamo vicini o lontani, ci coinvolgono oppure, semplicemente, ci sfuggono. Robin Hood è sfuggente, detestabile e coinvolgente, adorabile e impenetrabile, al contempo. Ci aspettiamo – chissà perché – un Robin “Spiderman”, che salta tra gli alberi come l’uomo ragno nella sua foresta New York, e ci troviamo invece di fronte a un ambizioso progetto cinematografico, dove la Storia viene amabilmente riscritta perché il cinema è fatto di azione, di corpi, di sentimenti, di coraggio e vendetta. Ed eccolo il baronetto Ridley Scott realizzare la sua poderosa “Nascita di una nazione” britannica, mescolando allegramente, con cipiglio postmoderno e smaliziato da giovane settantaduenne, fatti storici acclarati con deliziose reinvenzioni in stile musical, perché se la storia a volte è lenta e noiosa il cinema invece se ne frega e la racconta come un balletto di un film di Gene Kelly.

Cosa fanno Scott e il suo “braccio armato” di produzione Brian Grazer? Prendono la leggenda e la trasformano in storia, in pre-storia o pre-leggenda, perché il Robin Hood di Ridley Scott racconta tutto quello che le precedenti  30 versioni cinematografiche e televisive avevano ignorato: cosa accadeva a Robin Longstride prima di diventare l’eroe della foresta di Sherwood e la contea di Nottinghamshire?

cate blanchett e russel  crowe in robin hood di ridley scott

Ecco un film che finisce dove tutti gli altri iniziano, e che ha la faccia tosta di raccontarci la più calda e sensuale delle storie d’amore evitando del tutto le scene di sesso e fondando il rapporto amoroso non sul classico “colpo di fulmine” ma su un geniale rapporto economico (Robin deve fingersi il marito di Marion, morto in guerra, per non farle perdere le terre). Un flash e ci troviamo, ante litteram, con la nascita del capitalismo moderno, dove i sentimenti sono intrecciati all’economico (e viceversa), e Robin e Marion sembrano quasi predire il futuro di una nuova classe sociale che di lì a qualche secolo avrebbe messo in soffitta nobiltà e feudalesimo. Eppure si resta ammaliati dalla dolce sensualità dello spogliarello al maschile della curiosa intimità tra estranei della “prima notte”: il soldato Robin deve essere aiutato da Marion per liberarsi delle sue pesanti vesti militari. E ancora, Marion è una donna che vive come un uomo, è autorità morale riconosciuta del suo villaggio lavora la terra e cavalca quotidianamente, eppure… quel chinarsi di Robin al suo cospetto per farla salire dolcemente a cavallo emana un erotismo sottile e sublime…
Quello che colpisce del cinema di Ridley Scott è l’assoluta umiltà nei confronti del cinema contemporaneo. Pur avendo contribuito come pochi, negli ultimi trent’anni, alla costruzione di un immaginario cinematografico (pensate a Blade Runner, Alien, Il Gladiatore, Black Hawk Dawn, e quanto hanno influenzato cinema, tv, videoclip, spot contemporanei) non esita palesemente a “copiare” dove qualcun altro ha fatto meravigliosamente bene, ed eccolo rubare scene e punti di vista a Letter from Iwo Jima di Eastwood (lo sbarco sulla spiaggia dei francesi!)  e al 300 di Zack Snyder (il lupo bianco che attraversa i cadaveri..).
In mezzo, il solito lavoro clamoroso di Helgeland sugli stereotipi, che strutturano la storia e i personaggi (Robin è un brillante arciere anche un po’ furbetto e individualista, ma improvvisamente di fronte al cavaliere che gli dà da consegnare la spada al padre (ri)scopre una sua profonda interiore moralità che lo porterà a diventare il rappresentante della lotta alle ingiustizie del suo Paese), per ridisegnare un paesaggio umano fatto di corpi con le loro debolezze (da Giovanni Senzaterra allo Sceriffo di Nottingham) ma anche con le loro, esaltate, durezze (Marion sembra un personaggio di un film di Kathryn Bigelow, ricordate Strange Days? Forte, tosto e fatalmente innamorata…). Russell Crowe e Cate Blanchett li potremmo continuare a vedere recitare insieme in mille altre storie e film, tanto sono così potentemente esplosivi cinematograficamente, come neanche i mostri sacri del cinema classico (che so’, Bogart e la Hepburn in La Regina d’Africa?, ancora John Huston… ci stiamo preparando al prossimo Torino Film Festival?) mentre Pietro Scalia gioca con il suo montaggio pop, trasformando l’occhio in una freccia velocissima e inafferrabile.
Alla fine, vi diranno i Kritici, che ci troviamo di fronte al solito vuoto filmone americano… rispondetegli di sì, con il capo, e intanto entrate in sala a godervelo!

 

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Sono presenti 3 commenti
 
  1. Visto ieri. Scott mi è sembrato libero e sincero nel ricostruire le memorie di un personaggio-cinema come Robin Hood. É un regista che come pochi riesce a muovere la macchina da presa scolpendo epicamente la storia. Ha ragione da vendere Chiacchiari "Russell Crowe e Cate Blanchett li potremmo continuare a vedere recitare insieme in mille altre storie e film, tanto sono così potentemente esplosivi cinematograficamente, come neanche i mostri sacri del cinema classico".

    Inviato da lapis il 17/05/2010
  2. Ho visto il film, che è meno interessante della lettura, proprio originale, che ne dà la recensione. Spettacolare ed esteticamente ricercato, come sempre nel cinema di Ridley Scott, ma piuttosto stereotipato: a volte i critici sono piu' bravi dei registi. Questo ci tenevo a dirvelo

    Inviato da Rino Vaselli il 14/05/2010
  3. Forse è tutto il cinema di Scott ad essere terribilmente seducente ed erotico, sembra quasi che si porti dietro la sua patina di regista pubblicitario, dove la regola e': sedurre per vendere! E non c'è dubbio che questo regista sia il più bravo a venderci la seduzione dell'immagine. Certo se i critici vanno dietro ai contenuti, come negli anni sessanta, non è detto che gli spettatori debbano stargli dietro per forza. Saluti!

    Inviato da LeoLupo il 13/05/2010
 

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