CANNES 63 - "O Estranho Caso de Angélica", di Manoel De Oliveira (Un Certain Regard)


Sembra non aver mai smesso di girare il regista portoghese, sembra non conoscere tregua, anche quando la macchina da presa è sempre più apparentemente immobile e i suoi corpi dare le spalle al movimento o al dialogo. Complesso, mistico, divertente, melodioso come una notte liberata dall’oscurità. La morte è un richiamo vivo, urlato ai cancelli della disperazione, invocando l’unione biblica tra cielo e terra

o estranho caso de angelicaSembra non aver mai smesso di girare il regista portoghese, sembra non conoscere tregua, anche quando la macchina da presa è sempre più apparentemente immobile e i suoi corpi dare le spalle al movimento o al dialogo. Meraviglioso incanto, viaggio tra le stelle, nel firmamento tra i più grandi della cinematografia. Un giovane fotografo (l’inseparabile Ricardo Trepa) è chiamato nella notte a realizzare dello foto per Angelica, bellissima donna morta all’improvviso che lascia nel dolore tutta la sua famiglia raccolta al suo capezzale. Si richiede il punto di vista di un artista che possa immortalare il corpo senza vita che appare di notte al fotografo incredulo e sempre più in cerca del proprio destino, tra la modernità che detesta e il suo difficile rapporto con le origine ebraiche. Complesso, mistico, divertente, melodioso come una notte liberata dall’oscurità. La morte è un richiamo vivo, urlato ai cancelli della disperazione, invocando l’unione biblica tra cielo e terra. De Oliveira chiude la sua storia in poco più di un’ora, ma forse non è mai cominciata o è, da sempre, più vicina di quanto si creda, magari accanto a noi, quotidianamente. È un’allucinazione o è l’anima che si libera del corpo, in un attimo, quando nessuno può catturare il passaggio, neanche il miracolo di uno scatto. Ha tutto il tempo di questo mondo, non solo quello concesso al cinema ma soprattutto quello che scopre facendo un passo, fissando una finestra sempre aperta. La parola, che è volontà, pensiero, progetto e astrazione potrebbe bastare da sola a realizzare una storia d’amore, e di fatto è così, almeno per la macchina da presa di De Oliveira che, in pochi dettagli, costruisce attorno a primi piani insistenti un mondo articolato, fatto di ombre, di sguardi nascosti, di luce avvolgente e, ancora, continuamente, di parole seducenti che diventano fiumi carichi. Proprio come il Douro, letto portoghese in cui si bagna il tesoro di grappoli al sole. Si sdoppia come Fernando Pessoa fece con il suo Alberto Caerio, divenendo l’occhio, l’olimpica e insieme tenebrosa ricognizione del mondo. Cinema ancora più prepotentemente vicino al razionalismo mistico, sospeso e magicamente impalpabile.    
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Sono presenti 8 commenti
  1. No, non è lo stesso. E ad ogni modo la mia richiesta di spiegazioni è risultata negativa all'antidoping. :-)

    Inviato da UnoDiPassaggio il 15/05/2010
  2. ma chi è il pusher di unoDiPassaggio? Lo stesso di Lardieri, mi sa!

    Inviato da Socrates il 15/05/2010
  3. Ok. I critici che giocano con il testo, Lardieri come Lynch e la critica che si replica all'infinito. Va bene, mi adeguo. Però De Oliveira stavolta non "chiude la sua storia in poco più di un'ora" dato che la durata è abbastanza canonica: 94 minuti o qualcosa del genere. Almeno quest'appunto, legato al sordido fenomenico, mi sia concesso. <br />Mi rispondo da solo? La durata non dura, i minuti evaporano, il film (non) è cominciato ed è già finito, cristallizzato nell'eternità istantanea dell'anima che abbandona il fotogramma. Una cosa del genere? ;-) (emoticon atto a scremare il commento da ogni malanimo, senza però cancellare un certo disappunto)

    Inviato da UnoDiPassaggio il 15/05/2010
 

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