CANNES 63 - "Tournée", di Mathieu Amalric (Concorso)
Nel quarto lungometraggio diretto dall’attore Mathieu Amalric si respira la malinconia di quando il cinema racconta il teatro e lo spettacolo è solo una parte trascurabile della storia. Altman e Bogdanovich sembrano aver suggerito in Tournée il tono e il calore di un film splendidamente spinto verso la dispersione e il caos, dove i contrasti sono l’unico modo possibile per descrivere il reale e per viverlo nella sua naturale sregolatezza
Produttore televisivo e teatrale, Joachim vive lontano dalla Francia da quando, lasciandosi tutto alle spalle, se n’è andato negli Stati Uniti per cambiare vita. Torna in patria molti anni dopo, con una compagnia di Burlesque e cinque spogliarelliste, protagoniste carismatiche di uno spettacolo pronto a fare il giro della Francia fino a Parigi. Questo il progetto di partenza in cui sono coinvolte le appariscenti ballerine (tutte attrici di burlesque chiamate a recitare se stesse nel film) che, a ogni tappa, fanno infiammare il pubblico con le invenzioni sceniche, l’ironia, la sensualità e la simpatia che le rende irresistibili.
Nel quarto lungometraggio diretto dall’attore Mathieu Amalric si respira la malinconia di quando il cinema racconta il teatro e lo spettacolo è solo una parte trascurabile della storia. Altman e Bogdanovich sembrano aver suggerito in Tournée il tono e il calore di un film splendidamente spinto verso la dispersione e il caos, dove i contrasti sono l’unico modo possibile per descrivere il reale e per viverlo nella sua naturale sregolatezza. Al punto che, quasi subito, anche il viaggio si sdoppia e le tappe del tour tra le città costiere della Francia, si muovono parallele alla corsa di Joachim alla ricerca di un teatro parigino dove far esibire la sua compagnia. Fin da subito, dunque, si assiste a un capovolgimento di prospettiva, perché questo viaggio si compie dentro un paesaggio invisibile, divorato dal nero della notte, escluso dallo sguardo, confuso nell’imperativo “meditato” di focalizzare l’attenzione sulle protagoniste e sulle dinamiche imprevedibili della loro messa in scena. Lo spazio è quello sempre uguale di strade, treni, automobili e alberghi che ripetono se stessi all’infinito. Per queste donne, moderne e anacronistiche al tempo stesso, è impossibile resistere alla tentazione di rompere gli schemi e riempire il vuoto di voci nuove e gesti teatrali. Nel gioco eccessivo della vita non si può stare alle regole dell’ordine quotidiano. Ecco perché la musica di sottofondo, o, peggio, le immagini televisive sui monitor, diventano segni di una realtà indistinta entro cui nessuno potrebbe ormai riconoscersi. Tanto vale spegnerli e cercare di cambiare, per una notte, il colore del mondo che le circonda, riempire di nulla il vuoto che lustrini e piume non riescono a camuffare. Tentare di trasformare il modo di essere guardate e andare avanti, fino al prossimo teatro, dove la festa tornerà ad accendersi.
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