CANNES 63 - "Chatroom", di Hideo Nakata (Un Certain Regard)
Tratto dal testo teatrale di Enda Walsh sulle tendenze manipolatrici di un gruppo di ragazzi che determinano in una realtà aumentata la vita di altri coetanei, prede della ragnatela virtuale. Alla ricerca solita del regista di sguardi sbilenchi, sfasati, di transiti di fisicità precari
Lo spazio virtuale, la “stanza delle chiacchiere”, è l’ultimo luogo del regista di Ringu, Dark Water, Chaos, in un thriller psicologico che esplora la frontiera di chat tridimensionale in una sorta di Second Life, ispirandosi alla community di Moove online. Tratto dal testo teatrale di Enda Walsh sulle tendenze manipolatrici di un gruppo di ragazzi che determinano in una realtà aumentata la vita di altri coetanei, prede della ragnatela virtuale. In particolare i protagonisti del film sono cinque giovani della periferia londinese che non riescono in nessun modo a vivere nella realtà di tutti i giorni e si rifugiano nel fittizio, creando una vera catena tra i naviganti. Come in una sorta di training autogeno, al centro di una stanza si ritrovano e condividono frustrazioni, fino a giungere ad un drammatico epilogo. La location d’incontro è sempre la stessa: c’è un lungo corridoio con tante porte chiuse, sulle quali sono riportate le varie destinazioni. È la riproduzione della navigazione, dell’instant messaging. La crescita nevrotica di teenager osservata attraverso la lente deformante del computer e degli incontri virtuali in internet. La noia e il desiderio adolescenziale di ribellione si confondono, e nelle chatroom, dove le parole sono il potere e ingannare è facile, il più debole del gruppo sembra soccombere. Ritratto della generazione telematica, sospeso tra la solitudine delle mura domestiche collegate dalla rete e l’irrefrenabile desiderio di uscire allo scoperto, di incontrarsi e confrontarsi con i propri coetanei per condividere un futuro da costruire insieme. Questo poteva essere il film di Nakata che si lascia risucchiare troppo presto nella più malata e irrefrenabile dimensione dark, pur non disdegnando il suo solito lavoro cromatico, le sue impennate improvvise di sano horror, che però stavolta fatica a incrociare sguardi sbilenchi, sfasati, transiti di fisicità precari.
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