CANNES 63: Infanzia e adolescenza
Un bambino di 9 anni e una ragazzina di 14 sono i protagonisti rispettivamente di Abel di Diego Luna (Un certain regard) e U poison violent di Katell Quillévére (Quinzaine des Réalisateurs). Uno sguardo non tanto su una fase dell'età ma soprattutto sui loro impulsi. Con esiti discordanti
Due strani film per due impulsi, più che ritratti, sull'infanzia e l'adolescenza. Il primo è Abel, prima opera di finzione dell'attore messicano Diego Luna (protagonista, tra gli altri, di The Terminal e Milk) che segue il documentario sul pugile Julio César Chavez realizzato nel 2007 ed è stato presentato a "Un certain regard". L'altro è Un poison violent di Katell Quillévére, cineasta nata nel 1980 al suo primo lungometraggio dopo essersi messa in luce con alcuni corti, di cui A' bras le corps (2005) è stato scoperto proprio a Cannes ed è stato selezionato per i Césars. Il protagonista di Abel ha smesso di parlare da quando il padre se ne è andato via. Viene anche sottoposto a cure mediche e, una volta ritornato a casa, un giorno ritrova improvvisamente la parola e si assume il ruolo di capofamiglia. Tutti lo assecondano fino a quando ritorna il vero padre. C'è un chiaro squilibrio nel film tra commedia e dramma. Da una parte infatti Abel potrebbe essere una specie di melodramma medico. Dall'altra una commedia degli equivoci in cui il ragazzino controlla i compiti, scruta il ragazzo della sorella e parla alla madre come se fosse la moglie. Questo gioco porta a una situazione in cui i ruoli sono ribaltati, quindi riassegnati e da interpretare. E da questo punto di vista c'è anche un'ingenua ma sincera complicità da parte di Luna che, con un tocco di follia, sembra voler credere e identificarsi a quello che sta filmando. Più frammentata la parte relativa alla malattia del protagonista e il drammatico confronto con la sua identità (troppo sopra le righe la scena in bagno dove esplode il lavandino) ma il film finisce comunque in crescendo e Luna ci mette tutto quello che ha dentro, senza risparmiarsi. Al contrario, non vuole far fuggire al proprio controllo la sua drammatizzazione la Quillévére con Un poison violent. Il film ruota attorno alla quattordicenne Anna che ha lasciato il collegio ed è tornata al villaggio natale per trascorrere le vacanze. Al suo arrivo, scopre che il padre se ne è andato . La madre, crollata dopo l'abbandono, trova rifugio presso un prete e amico d'infanzia.
E lei fa la conoscenza di Pierre, un coetaneo. Siamo dalle parti di un quadro di provincia corretto e calligrafico, con attenta descrizione dei caratteri dei personaggi simile a quelle commedia francesi ambientate nel passato. C'è il prete tormentato (Stefano Cassetti), il nonno allegro (Michel Galabru), e la presenza incombente della Chiesa la quale però risulta più uno sfondo narrativo e di paesaggio piuttosto che un elemento strettamente legato alla giovane protagonista. Per questo il suo turbamento non è così ribelle rispetto a come si vuole farlo apparire. E i suoi svenimenti sono i passaggi di una drammaturgia che segue più la logica dei passaggi narrativi piuttosto che le pulsioni del cuore della ragazza cosa che invece avveniva nell'ottimo Stella. Sono presenti soltanto intermittenti brani di un film a parte, presenti nel rapporto tra Anne e Pierre. Lì c'è il desiderio, il disagio, la scoperta, la paura come nella scena in cui il ragazzino si fa avanti in modo deciso, lei è stesa a terra e sembra rifiutarlo ma poi è immobile. Ma forse la cineasta è troppo orientata a seguire le traiettorie di un film corale, quasi una specie di Les choristes senza musica. Invece Anna stavolta doveva essere più invadente, più ingombrante.
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