CANNES 63 - "Nostalgia de la luz", di Patricio Guzmán (Evento Speciale)
Evocando, in maniera soft, il cinema di Werner Herzog Guzmán porta il suo occhio, la sua voce che narra in forma di diario, i suoi passi che s’incamminano sul suolo screpolato di un deserto unico al mondo, verso la materializzazione di un segno senza tempo che avvicina, nella sua ricerca, astronomi e archeologi
Incontri alla fine del mondo. Nel deserto cileno di Atacama. Dove la relazione fra il cielo le stelle l’universo e la terra le rocce il deserto sfugge ogni convenzione e si fa - nel tocco etereo del mondo di lassù osservato dagli occhi degli scienziati e da quelli dei loro sofisticati strumenti, che quello sguardo rendono possibile e quegli spazi siderali avvicinabili, e in quello che si sporca della e nella terra arida ridando visibilità a millenari disegni pre-colombiani e toccando i corpi mummificati e le ossa delle persone che lì furono gettate in fosse comuni durante gli anni della dittatura cilena - continua sovrimpressione dissolvenza incrociata fra il sopra e il sotto, fra il qui e l’allora. Perché, come spiegano gli astronomi impegnati nella loro quotidiana ricerca di nuove relazioni con il (non) visibile, il tempo e lo spazio non sono mai separabili e “chi non ha memoria non vive da nessuna parte”.
Nostalgia de la luz è il nuovo lungometraggio, dal titolo bellissimo, intimo e semantico, del regista cileno, nato a Santiago, Patricio Guzmán, la cui filmografia è nel segno del documentario, dalla trilogia La batalla de Chile (1973) a opere più note e recenti (anche distribuite in dvd in Italia) come La memoria obstinada (1997) e Salvador Allende (2004). Evocando, in maniera soft, il cinema di Werner Herzog - che nei posti più estremi del mondo cerca segni, inscritti nel presente e nel passato, di una strenua, arcaica e moderna, memoria umana e naturale -, Guzmán porta il suo occhio, la sua voce che narra in forma di diario (negli interstizi degli spazi della natura e in quelli creati nei decenni recenti dall’uomo all’interno delle cupole astronomiche, così come nelle pause di riflessione consegnate alle parole dei protagonisti), i suoi passi che s’incamminano sul suolo screpolato di un deserto unico al mondo, verso la materializzazione di un segno senza tempo che avvicina, nella sua ricerca, astronomi e archeologi. Nella concezione profonda di un pensiero, di un esserci (nel senso di adesione totale e senza tempo alla propria missione, sia di chi scopre nuove forme nel cielo sia di chi negli scavi alla ricerca dei resti dei loro cari mantiene viva e ostinata la ferita mai rimarginabile degli orrori della dittatura). Di un cinema di poesia e di militanza. Di ricerca della verità e di lucido stupore.
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