CANNES 63 - "Aurora", di Cristi Puiu (Un Certain Regard)
Stupefacente ritratto di un paranoico di maniacale, gelida lucidità. Lo interpreta l’autore stesso – il quale del resto non manca affatto di meticolosità, come conferma una regia precisissima, straordinariamente efficace nel concentrarsi sui segnali corporali della patologia del protagonista a contatto con l’ambiente che lo circonda.
Nel 2005, Cristi Puiu vinse la sezione cannense “Un Certain Regard” con Moartea Domnului Lazarescu, e da lì il suo film finì per guadagnarsi una meritatissima risonanza a livello mondiale. Si aspettava dunque al varco la nuova opera del regista rumeno. Il quale si è preso il suo tempo: cinque anni. Di certo la meticolosità non gli manca: basta vedere Moartea per rendersene conto. Nelle interviste, Puiu dice anche di essere particolarmente paranoico e ipocondriaco. Se è così, allora non è un caso che Viorel, il protagonista di Aurora, sia da lui stesso interpretato – e con sconvolgente efficacia scenica. Viorel vive in solitudine una vita al limite della metodicità ossessivo-patologica. Qualche contatto con la madre, qualche contatto con l’amante. Spia ripetutamente una donna con dei bambini. Ma non sappiamo chi lei sia, non fino quasi alla fine. Come non sappiamo il perché tenga con sé quelle pallottole, e quel fucile. Il film mantiene una rigorosa reticenza su Viorel, e centellina con oculata avarizia (pochissimi dialoghi, ed essenziali) le informazioni su di lui lungo le tre ore di pellicola. Perché quello che invece conta è dare una fenomenologia pressoché corporale del personaggio di Puiu/Viorel, vedere la calmissima, immobile follia con cui si dibatte tra la miriade di gesti ossessivi del suo quotidiano, con quel suo viso impassibile, eppure attraversato da occhiate che più eloquenti non si può. Vedere come Puiu lo (meglio: “si”) isola in inquadrature cristalline, e lo/si osserva compiere qualunque minima azione con una rigida cerimoniosità – e come non compia gesto senza dare l’impressione di guardarsi attorno. Anche quando è da solo, Puiu/Viorel sembra spezzettare ritualmente ogni suo gesto e intramezzarlo di momenti di sospensione in cui si gira di tre quarti occhieggiando la macchina da presa.
Soprattutto, lo vediamo in quello che sa fare meglio: nascondersi agli occhi altrui. Perché una delle moltissime invenzioni di messa in scena di questo capolavoro (non di rado pervaso da humour nero) è l’attenzione ininterrotta che Puiu concede alle porte, ai continui giochi tra campo e fuoricampo, tra ciò che si vede di là da un varco e ciò che invece rimane nascosto dal muro. E Puiu/Viorel stesso zigzaga sovente tra l’una e l’altra condizione, quando non si pone come perno indiscusso di ogni vettore dell’inquadratura (la quale in genere si concentra così tanto su ciò che lui fa e non fa che finisce per avere pochissimo bisogno di tagli di montaggio).
Sembra addirittura di essere alle prese con la leggendaria meticolosità dei killer di Jean-Pierre Melville. La maschera opaca di Puiu, con quella sua occhiata sghemba, si presta a meraviglia per ritrarre questo personaggio la cui arida e solitaria disperazione è seconda solo alla sua folle, gelida, muta lucidità-
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