CANNES 63 - "Bedevilled", di Jang Cheol-soo (Semaine de la critique)

Opera prima del trentaseienne Jang Cheol-soo, già assistente di Kim Ki-duk sul set di Primavera, estate, autunno, inverno e… ancora primavera, é una sorta di Drag Me to Hell in Corea: la tragedia, e l’horror che divampa in spazi di neorealismo rurale, esplode massiccia e sempre più espansa. Cinema della fisicità estrema, come d’uso nel cinema coreano

bedevilled jang cheol soo cannes 63Drag Me to Hell in Corea. Bedevilled è la versione coreana del film di Sam Raimi. Stessa discesa all’inferno di una donna, impiegata di banca che nell’incipit nega un prestito a una donna povera, trascurata nell’aspetto, implorante, con accanto il suo carrello della spesa e delle bollette. Dietro lo sportello, Hae-won è implacabile, e tesa fino allo sconfinamento violento, anche con le colleghe. Al punto che il suo capo la invita a prendersi una vacanza. Lontano da Seoul, dove la giovane donna è pure stata testimone di un omicidio. Nulla di meglio che abbandonare tutto, bell’appartamento e lettere ricevute e mai lette comprese, e recarsi sull’isola dove trascorse una parte dell’infanzia. Luogo arcaico abitato da pochi personaggi e dominato da leggi e regole con le quali la famiglia dell’amica d’infanzia di Hae-won, Bok-nam, preserva una propria, devastante auto-conservazione. Da lì, da quell’isola, nessuno di loro si è mai spostato, neppure Bok-nam, nonostante lo desiderasse e per quel motivo scrivesse all’amica ormai lontana. E quando Hae-won torna, la tragedia, e l’horror che divampa in spazi di neorealismo rurale, esplode massiccia e sempre più espansa.

Bedevilled è l’opera prima del trentaseienne Jang Cheol-soo, già assistente di Kim Ki-duk sul set di Primavera, estate, autunno, inverno e… ancora primavera. Ed è un film dall’andamento variabile, la cui follia, già pre-esistente e con tonalità diverse nelle menti e nei corpi delle donne e degli uomini, s’insinua lenta e implacabile nelle immagini, dalle strade e dai luoghi chiusi della capitale a quelli assolati, desertici, rocciosi dell’isola senza turisti. Forme di follia e di potere, di relazioni gerarchiche (nella banca come nella famiglia allargata di Bok-nam) e di soprusi celati dal silenzio o vissuti come pratiche di una quotidianità che risponde solo a se stessa. Stupri e pedofilia compresi. Jang intreccia esplorazioni alte e basse del cinema, quasi con sciatteria visuale che trova poi, senza preavviso, luminose, carnali composizioni visive. Si pensi alla morte della bambina, figlia di Bok-nam, uccisa dal patrigno al termine di una lite tra le rocce. O alla reazione, non più trattenuta, di Bok-nam che, falce alla mano, compie la strage nel villaggio. Una strage che porterà le due amiche d’infanzia, con sfioramenti lesbo anch’essi senza tempo, verso un confronto fisico e mentale oltre l’isola della reclusione, fin dentro la cella di un commissariato in una delle scene più intense del film - senza dimenticare quella nella quale Bok-nam lecca e si mette in bocca la lama di un coltello, altro oggetto di sesso e morte, e tutti i primi piani delle due attrici.

Cinema della fisicità estrema, come d’uso nel cinema coreano. Dove il corpo bagnato, forse riappacificato di Hae-won, disteso sul pavimento di casa, dove la donna è infine tornata, prende le forme, nella sovrimpressione finale, dell’isola della memoria, del piacere e dell’orrore. Omaggio sussurrato al finale deL’isola di Kim Ki-duk.

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