CANNES 63 - "You Will Meet a Tall Dark Stranger", di Woody Allen (Fuori Concorso)


Un altro ricco film corale in un cinema che è diventato una sua personale giostra in cui forse a questo punto neanche la storia  ha più importanza e dove il suo alter-ego potrebbe essere la figura interpretata da Anthony Hopkins. Bastava forse amplificare qualche momento vissuto o gli sguardi voyeuristici dalla finestra . Ma a questo punto l'ansia di girare sembra prevalere sul piacere di raccontare

you will mett a tall dark stranger woody allenRitorna a Londra Woody Allen, in un set già chiuso e sicuro in cui riciclare uno sguardo più volte tracciato che si ripete con straordinaria costanza. Come in Basta che funzioni non sembra più esserci una diversa luminosità. Piuttosto  è presente una variazione cromatica nelle zone d'ombra. In questo spazio/metropoli/palcoscenico You Will Meet a Tall Dark Stranger rimette in scena la sua ennesima variazione sul destino, sulla crisi matrimoniale, sulla paura della morte, elementi che erano emersi con più forza in una sua parte della sua filmografia più recente  (Anything Else, Vicky Cristina Barcelona) ma che qui appaiono invece annebbiati da una messinscena che insegue solo la parola, riprodotta attraverso anche la forza di certi dialoghi ma senza più nessuna necessità di filmarla. Una voce fuori-campo intermittente del narratore anticipa le diverse storie dei personaggi. Alfie (Anthony Hopkins) vuole rivivere i piaceri della sua giovinezza e decide di abbandonare la moglie Helena (Gemma Jones) dopo 40 anni di matrimonio per sposarsi con una donna molto più giovane di lui. La donna, dopo aver tentato il suicidio, si mette nelle mani di un indovina. Sally (Naomi Watts), la figlia della coppia è infelicemente sposata con Roy (Josh Brolin), un romanziere che ha scritto un solo libro di successo. Lavora come assistente del celebre gallerista Greg Clemente (Antonio Banderas) del quale si è invaghita. A sua volta Roy è attratto da una vicina di casa.

Forse a questo punto neanche la storia ha più importanza. Non è vero che Woody Allen gira sempre lo stesso film e non è neanche vero che gira un film diverso dall'altro. Forse è qui la sua voluta contraddizione. I personaggi appaiono e scompaiono come nei giochetti di magia di Scoop senza le derive thriller degli altri due film inglesi del regista, Match Point e Sogni e delitti. Per l'ennesima volta riunisce un altro ricco cast (sarebbe curioso oggi scoprire quanti attori del cinema statunitense non hanno lavorato con Woody) dove gli interpreti entrano anche con disinvoltura nel suo personale teatro delle marionette in cui il suo alter-ego potrebbe essere proprio la figura di Alfie. Per vedere quanto sia diventato impermeabile questo cinema, basta vedere come risultano esteriori la presenza della musica di Boccherini o la rappresentazione della Lucia di Lamermoor. Eppure bastava amplificare uno sguardo di Naomi Watts verso Banderas, il disagio di Hopkins in palestra mentre tre ragazzi guardano la moglie e la passeggiata di Josh Brolin in strada quando sembra che il mondo gli stia cadendo addosso. Lì ci sono brani di vita che invece permeavano per intero alcuni suoi capolavori come Io e Annie e Manhattan. Qui forse il momento in cui questo film si poteva accvendere è lo sguardo di Roy dalle finestre. Bastava anche prolungare il voyerismo senza spingersi al desiderio dello straordinario Two Lovers di Gray. Ma questa è solo una zona periferica di un cinema che è diventata una personale giostra, che sicuramente può dare ancora qualcosa, ma dove l'ansia di girare prevale ormai sul piacere di raccontare. E' certamente una droga, ma non di quelle che fanno bene. E come Londra è diventata città adottiva rispetto New York anche questo film sembra essere più adottato che vissuto da Allen. Magari lui stesso ci è anche più affezionato. Ma qualcosa comunque è cambiato.

 

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