CANNES 63 - "Les amours imaginaires", di Xavier Dolan (Un Certain Regard)
Ventunenne regista al secondo lungometraggio, vincitore l’anno scorso della Quinzaine che va tenuto sicuramente d’occhio. Potenzialità registiche però per adesso rischisamente sopravvalutate. Dolan sembra ancora non “sporcarsi” veramente e il suo sguardo pare paradossalmente non avere incertezze, libero di muoversi in spazi privi di effettiva complessità, recessi oscuri, grovigli dell’anima. Casualità, spontaneità, frammentarietà, impurità, a poco a poco diventano strumenti espressivi rigorosamente calibrati
La prima cosa che salta agli occhi è l’età giovanissima del regista/attore canadese, Xavier Dolan: solo 21 anni e già dimostra una potenzialità registica spaventosa. È da tenere sicuramente in considerazione anche in futuro. Nel 2009 ha presentato il suo primo lungometraggio vincendo la Quinzaine des Réalisateurs, J’ai tué ma mère, storia di un rapporto difficile di un diciassettenne e la propria madre. Come nel film d’esordio, anche nell’ultimo ci sono gli stessi temi: influenze artistiche, grandi amicizie, sesso. Ménage à trois, con il regista che interpreta un giovane gay e la sua amica del cuore, stravagante ragazza vintage, innamorati entrambi dello stesso ragazzo, studente a Montreal di letteratura. I due non hanno il coraggio di confessare il loro sentimento e vanno avanti cercando in tutti i modi di conquistare l’amore conteso, senza mai scoprirsi totalmente. Non c’è dubbio che Dolan sia capace di muovere la macchina non in modo convenzionale, trovando quelle atmosfere retrò, da cinema francese anni ’70, con in più la capacità di modulare un linguaggio sperimentale, dalle tinte cromatiche forti, ai salti di montaggio destabilizzanti. In più, l’uso reiterato della musica e i ralenti dell’azione ad accompagnarla, sono forme stilistiche sicuramente non rivoluzionarie, ma certamente ben manipolate. Per il resto va però sottolineata un certa sopravvalutata attenzione per i lavori di Dolan, che rischia di lasciare inesplorate alcune carenze narrative evidenziate, oltre che eccessivi autocompiacimenti visivi. Affascina e diverte, ma solo a tratti ti conquista veramente. Insistita e a volte senza uscita, è la ricerca del sensazionalismo artificioso, anche se minimalista: come il continuo schiacciare e allargare impercettibilmente l’inquadratura stretta sui volti degli attori, chiamati quasi a confessarsi dinanzi alla mdp. Versatile, raffinato, Dolan si perde quando deve sporcarsi veramente e il suo sguardo pare paradossalmente non avere nessuna incertezza, libero di muoversi in uno spazio privo di complessità, recessi oscuri, grovigli dell’anima. Casualità, spontaneità, frammentarietà, impurità, a poco a poco diventano strumenti di espressione rigorosamente calibrati.
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