CANNES 63 - "La mirada invisible" di Diego Lerman (Quinzaine des Réalisateurs)

La metafora è chiara, sin troppo. La dittatura militare corrisponde a una tensione sensuale repressa, e liberabile solo attraverso la violenza. La quale, puntualmente, esplode nel finale. Tutto il film manca di nerbo. La messa in scena non lascia pensare nemmeno un secondo di poter pervenire a quello “sguardo invisibile” che intitola il film

diego lerman la miranda invisibleArgentina, 1982. La dittatura militare è agli sgoccioli. Marita viene assunta come sorvegliante in un prestigioso collegio della capitale, estremamente attento alla disciplina. Lo zelo non le manca; il problema è arginare il desiderio sessuale che le ispira uno dei giovani allievi. Altro problema: la libido del viscido signor Biasutto, il suo diretto superiore, tutta rivolta a lei.

La metafora è chiara, sin troppo. La dittatura militare corrisponde a una tensione sensuale repressa, e liberabile solo attraverso la violenza. La quale, puntualmente, esplode nel finale, quando Biasutto stupra la protagonista (mentre sentiamo in lontananza le grida dei manifestanti provenire dalla piazza), e si ritrova a propria volta accoltellato da lei. Non è un vero spoiler, perché un epilogo del genere si intuisce dopo cinque minuti. Ed è anche giusto rivelarlo, perché in questo frangente Lerman opta per una vigliaccata registica: prima ti fa vedere lo stupro tutto intero in piano americano, e un minuto dopo, invece, l’accoltellamento lo mostra solo riflesso da uno specchio.

Tutto il film, in realtà, manca di nerbo. La messa in scena non lascia pensare nemmeno un secondo di poter pervenire a quello “sguardo invisibile” che intitola il film: lui solo avrebbe potuto rendere realmente perturbanti i sintomi che la regia si affanna a gonfiare. Essa insomma vorrebbe rendere il demone che pulsa sotto la pelle, i sintomi di un desiderio represso che scalcia per arrivare in superficie. Ma dove, per dire, Lucrecia Martel pur non essendo un genio capisce (capiva) che i sintomi devianti hanno senso solo se la regia li mescola ambiguamente a qualche altra cosa (come per esempio il dato narrativo “normale” di una scena), Lerman invece commette l’ingenuità fatale di mettere questi sintomi direttamente al centro dell’interesse della macchina da presa. Il che fa perdere a tutti questi “bollori” tutta la loro forza eventuale, li sfiata osservandoli da troppo vicino, impedendo a una metafora davvero troppo scontata e telefonata di riscattarsi dalla sua prevedibilità.

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