CANNES 63 - "Pal Adrienn", di Agnes Kocsis (Un Certain Regard)
Secondo lungometraggio della regista ungherese che in passato si era distinta soprattutto per diversi cortometraggi premiati nei festival internazionali. L’incedere è tipico del cinema europeo dell’est, fatto di estenuanti reiterazioni e scorporazioni che alla fine però convincono, se non altro per la capacità della regista di tenere tutto insieme con caparbia e ossessiva coerenza.
Secondo lungometraggio della regista ungherese che in passato si era distinta soprattutto per diversi cortometraggi premiati nei festival internazionali. Una giovane infermiera sovrappeso, vive praticamente in ospedale. Spesso è a vigilare in una piccola stanza, attraverso dei monitor, le tracce degli elettrocardiogrammi dei pazienti. Mangia dolci e convive con un uomo interessato solo al suo lavoro e a controllare la compagna perché perda peso attraverso il movimento e una più sana alimentazione. Chiusa nel suo mondo, tra casa e corsia, la protagonista sembra non conoscere via d’uscita, se non quella del cibo a volontà e in ogni istante. All’improvviso sente la necessità di ritrovare l’amica del cuore, compagna di banco a scuola, e si lancia alla sua ricerca, andando a contattare tutti i suoi compagni e sperando che qualcuno possa darle le informazioni richieste. Il film ricorda inesorabilmente, per certi versi, Gigante, di Adrian Biniez, acclamato e premiato al Festival di Berlino del 2009. Soprattutto per l’incedere della protagonista, per alcune trovate visive e narrative. Anche l’infermiera, come il gigante di Montevideo, è alla ricerca di qualcuno, quasi in un pedinamento perenne. Le linee del cuore sul monitor sono onde di forzata resistenza, come quella piatta della vita che la protagonista difende giorno per giorno. La regista pare voglia auspicare una vera simbiosi tra le sinuose tracce aggrappate al prossimo respiro e la scarna, quanto fredda ambientazione. Non c’è un sussulto, una deriva narrativa, solo un lento e dolente ricordo che sale e scuote impercettibilmente lo sguardo. Sono isole sparse le sequenze che si susseguono e non c’è spazio neanche per sdrammatizzare, divertire, sfumare i suoni e le speranze. Niente di trascendentale, neanche di innovativo, l’incedere è tipico del cinema europeo dell’est, con estenuanti reiterazioni e scorporazioni che alla fine però convincono, se non altro per la capacità della regista di tenere tutto insieme con caparbia e ossessiva coerenza.
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