CANNES 63 - "Kaboom", di Gregg Araki (Fuori concorso)
Il nuovo film di Gregg Araki recupera le atmosfere allucinate di The Doom Generation e le enfatizza, depistando ogni attesa e ogni previsione. Né thriller, né Science-Fiction, né commedia demenziale, né horror, eppure tutte queste cose insieme
Si inizia con un sogno. Un labirinto di corridoi, una porta con il numero 19 che si apre e nasconde un misterioso contenitore di rifiuti. Allucinazione o premonizione? Smith ha quasi diciannove anni. La sua vita sembra tranquilla e del tutto inserita nei meccanismi del campus universitario dove studia. Le sue giornate trascorrono apparentemente tranquille, osservando il suo compagno di stanza, parlando con la migliore amica Stella, facendo nuove amicizie. Ma nulla di quello che sembra è soltanto quello che sembra. Il nuovo film di Gregg Araki Kaboom recupera le atmosfere allucinate di The Doom Generation e le enfatizza, depistando ogni attesa e ogni previsione. Né thriller, né Science-Fiction, né commedia demenziale, né horror, eppure tutte queste cose insieme. La trasgressione sta nell’aver voluto giocare con la libertà estrema, costruendo il suo film come un videogioco, che si rigenera e riparte a ogni momento, cambiando strada e registro sempre, senza timore di apparire fuori tempo. Lynch più Cronenberg, ma attraverso lo sguardo deformante di Araki. L’inquietudine e l’invenzione di mondi, in stile pop esasperato, mettendo in fila tutti i cliché della sua immaginazione e rielaborando uno stile che ritrova la leggerezza e la velocità dell’espressione. Il mistero si risolve solo mescolando gli elementi, sembra dirci Araki che, infatti, fa agire la contaminazione come fosse una forza dirompente per risolvere gli enigmi. Numeri, maschere, sesso, visioni, forze occulte, magia, sette e società segrete, ma anche le feste tra studenti, la confusione sessuale, sono tutti elementi da trasformare in cinema, e quindi in “generi”, accogliendo gli stereotipi e rigenerandoli, senza prendere mai nulla troppo sul serio perché il tempo passa in fretta e tutto può cambiare.Araki ama i suoi personaggi come sempre, ma li sottrae alla cupezza dei primi film. Con lo sguardo li segue e li accompagna nelle follie di una storia spiazzante e impossibile, vibrante come un b-movie anni Settanta, ma a suo modo raffinato nel non perdere mai il controllo degli innumerevoli percorsi che potrebbero nascere, ad ogni scena.
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