CANNES 63 - "Un uomo che grida non è un orso che danza". Incontro con Mahamat Saleh-Haroun
Il regista del Ciad, venuto a Cannes per presentare Un homme qui crie, primo film del suo paese ad essere in gara al Festival, parla della scelta di girare il fim in francese, del rapporto padre-figlio e soprattutto della guerra, motivo dominante che attraversa tutta quest'opera
Il regista del Ciad, al quarto film in 12 anni è venuto a Cannes per presentare la sua ultima pellicola, Un homme qui crie, la prima del suo paese ad essere presentata in competizione al Festival di Cannes. Con lui l'Africa poi ritorna in gara dopo 13 anni. Mahamat-Saleh Haroun, premiato a Venezia per Bye Bye Africa e Daratt, incontra la stampa assieme agli attori Emile Abossolo M'bo, Youssouf Djaoro, Diouc Koma e la montatrice Marie-Hélène Dozo.
Innanzitutto, perché questo titolo?
Parte da una citazione di Aimée Césaire che dice così: "Un uomo che grida non è un orso che danza". Se si deve rintracciare una morale nel film, c'è quella di passare da spettatore ad attore per modificare il corso della storia.
Perché la scelta di girarlo in francese?
Io parlo francese e sono cittadino del Ciad e nel mio paese è la lingua ufficiale assieme all'arabo. Inoltre nessuno nella mia troupe parlava arabo, quindi ho seguito anche delle ragioni pratiche
Quali problemi hanno determinato i conflitti sulla lavorazione?
Ancora la scorsa settimana, ci sono stati dei combattimenti. Purtroppo questa situazione di violenza c'è sempre. Quando si gira, ovviamente la realtà entra nel film ed è ovvio che questa situazione può stravolgere spesso i piani di lavorazione. I miei genitori, nel corso delle riprese, hanno pregato affinché la troupe tornasse a casa sana e salva
Uno dei temi prinncipali di Un homme qui crie è il rapporto padre-figlio
Si, ne parlo spesso perché questa guerra è portata avanti dagli uomini e si trasmette di padre in figlio.
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