CANNES 63 - "Un homme qui crie", di Mahamat-Saleh Haroun (Concorso)
Film radicato nel presente più che mai, anzi, si inserisce in quella ferita aperta che mette sempre a confronto il pubblico e il privato, il dentro e il fuori, gli uomini con la terra e la cultura che li ha generati. La ricerca del padre, la vendetta per la sua morte, il tradimento del padre verso il figlio, la morte, sono i temi attorno ai quali Haroun si è sempre concentrato. Bye Bye Africa, Abouna, Daratt sono tappe di un percorso lineare, lucidissimo e crudele
Inizia e finisce in acqua il nuovo film di Mahamat-Saleh Haroun, regista ciadiano già autore di tre lungometraggi e una manciata di corti, in cui il suo paese e la sua gente sono sempre materia urgente da raccontare e da vivere, da percorrere e da ascoltare. Adam ha 55 anni e si occupa, insieme al figlio Abdel, della piscina di un grande albergo di N’Djaména. Un tempo è stato campione di nuoto e ora vive il suo lavoro come la sola ragione di orgoglio della sua esistenza. Ma l’albergo è venduto ai cinesi e il personale subisce dei tagli, compreso Adam, costretto a lasciare la piscina, sostituito dal figlio.
Tutto cambia improvvisamente, mentre tutto è già cambiato intorno a loro. Dalla città la gente fugge, i militari stanno invadendo le strade, i giovani sono chiamati a combattere la guerra civile che infiamma e brucia le vite di un paese che non conosce pace. Un homme qui crie è un film radicato nel presente più che mai, anzi, si inserisce in quella ferita aperta che mette sempre a confronto il pubblico e il privato, il dentro e il fuori, gli uomini con la terra e la cultura che li ha generati. La ricerca del padre, la vendetta per la sua morte, il tradimento del padre verso il figlio, la morte, sono i temi attorno ai quali Haroun si è sempre concentrato. Bye Bye Africa, Abouna, Daratt sono tappe di un percorso lineare, lucidissimo e crudele, al punto che l’urlo cui si fa riferimento nel titolo è corpo che dà forma alla rabbia per diventare l’unico modo possibile di ribellione. Un urlo che si consuma nelle acque silenziose del fiume, metafora della morte e della riconciliazione, ma anche simbolo di un fluire instancabile degli eventi che intrappola le storie dei figli nelle colpe dei padri e di un intera nazione. Il fiume è il “ritorno a casa” di due uomini che, in maniera diversa, hanno dovuto subire la guerra e hanno perduto la libertà prima ancora della vita. Svaniscono nel silenzio e nell’oscurità, mentre nella memoria resta incisa la forza di un canto improvviso e dolce, saluto estremo di una donna che incide con la voce la forza del suo ricordo.
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