CANNES 63 - "Biutiful", di Aleandro Gonzáles Iñárritu (Concorso)

Il regista messicano prova a raccontare, una volta per tutte, il desiderio vitale in un universo votato al caos e all’autodistruzione, il principio della salvezza nella dissoluzione. Eppure, ancora una volta, cade sotto il peso dell’ambizione. Il suo cinema si mostra assolutamente ‘non necessario’. Perché nel suo accumulo smisurato, manca sempre quell’unica immagine capace di unire l’espressione e l’ispirazone

biutifulUxbal (Javier Bardem, che si candida con decisione al premio come migliore attore protagonista) deve occuparsi di due figli piccoli. E fa quel che può. Vive di piccoli traffici, a stretto contatto con gli immigrati clandestini. Senza necessariamente commettere crimini, ma comunque ai margini della legalità. Ha, tra l’altro una capacità particolare: riesce a parlare con i morti. La morte è già parte del suo regno. E tutto sembra compiersi quando scopre di avere un tumore alla prostata e i giorni contati.
Il regista messicano parte da un mondo sospeso nel tempo e nello spazio, sommerso nel bianco della neve. Un mondo che mostra i segni di una bellezza lontana, di un’innocenza irreale e misteriosa. Ma è solo l’inizio di un viaggio al termine della notte, che si addentra nelle viscere di una Barcellona “mai vista”, irriconoscibile. Una città meravigliosa e solare, che la fotografia di Rodrigo Prieto trasforma in un inferno brulicante, attraversato da un brusìo diffuso e ingovernabile. Uno scenario da fine del mondo, ben poco biutiful, fatto di strade lerce, panorami di grigio cemento, vicoli confusi e rumorosi, in cui lo sguardo non riesce mai ad andare oltre la strada, sollevarsi al cielo. Se non in rari casi, in cui l’esigenza pressante del lirismo obbliga a spiccare il volo (lo stormo di uccelli che attraversa il cielo in tramonto), senza curarsi del fatto che la poesia e il cuore non rispondono ai comandi. E’ come se Iñárritu riedificasse Babele nel perimetro di un’unica città, che parla tutte le lingue del mondo. Le razze si mescolano, ma senza mai trovare quella koinè su cui si costruisce una comunione. Uno solo è il punto di contatto: Uxbal, che, con i suoi traffici e la sua ‘cura’, sembra una specie di messia venuto per riunire le genti: i vivi e i morti, poliziotti corrotti, imprenditori cinesi illegali, immigrati che si adattano ai lavori più infamanti e cercano un impossibile cammino di felicità nel gorgo della metropoli. E’ Uxbal che prova a dare ai propri figli una madre ogni volta diversa: quella naturale, inaffidabile e esaurita, una cinese che vive in condizioni disumane, la moglie di un clandestino africano, arrestato in una retata dalla biutifulpolizia. E’ lui che tiene vivo il sogno di un legame votato alla fine, che si sforza di ricostruire l’illusione di una famiglia sempre mancante (a partire da quella d’origine).
E la sofferenza fisica a cui è costretto, il sangue versato sono la stimmate di una santità da compiersi nel dolore e nel sacrificio proprio e altrui.
Iñárritu, a partire dalla sceneggiatura di Armando Bo e Nicolás Giacobone, cerca, ancora una volta, di dare una forma definitiva alle proprie ossessioni. L’agghiacciante incombere della morte, la sofferenza, del corpo e dell’anima, il confine sfumato tra peccato e redenzione, l’ossessione per una religiosità cattolica sempre in qualche modo eretica… Biutiful è l’ennesimo tentativo di raccontare, una volta per tutte, il desiderio vitale in un universo votato al caos e all’autodistruzione, il principio della salvezza nella dissoluzione. Iñárritu  lavora sui simboli (le falene sul soffitto, le anime sospese in aria), sull’amplificazione della percezioni (a cominciare da quelle uditive, come già accadeva in Babel) e, pur su uno sviluppo narrativo lineare, va avanti per accumulo più che per progressione. Ancora una volta dà la dimostrazione di una piena padronanza del mezzo. Eppure, ancora una volta, cade sotto il peso dell’ambizione. Il suo cinema si mostra assolutamente ‘non necessario’. Perché nel suo accumulo smisurato, in quel tentativo continuo di turbare le coscienze e filmare il momento fatale, di rinchiudere il cinema, la vita, il destino in un solo film, manca sempre quell’unica immagine capace di unire l’espressione e l’ispirazone. Iñárritu affossa il cuore e la sostanza nella bulimia della forma. E, invece di toccare la verità fondamentale della vita (come se fosse possibile!), si spegne nel buio e nella cecità della morte.

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