CANNES 63 - "Le quattro volte" di Michelangelo Frammartino (Quinzaine des réalisateurs)
Le ambizioni si moltiplicano rispetto all’esordio Il dono, e vengono brillantemente superate. Il succedersi cosmico dell’Umano, dell’Animale, del Vegetale e del Minerale; un equilibrio retto dall’uomo e dallo squilibrio fertile che porta con sé. Frammartino costruisce uno sguardo di potentissima consistenza, e raggiunge l’agognato punto di convergenza tra la purezza dell’osservazione e i rigori della geometria
Ancora la piccola località calabrese di Caulonia, come già l’esordio Il dono (2003), è al centro della nuova opera di Michelangelo Frammartino. I rischi però rispetto all’opera prima erano infinitamente maggiori, anche in virtù dell’ingente sforzo produttivo (e della pellicola). Non più un intreccio appena intravisto dietro la maestosa monumentalità del Luogo, ma un vero e proprio respiro cosmico che attraversa l’Umano, l’Animale, il Vegetale e il Minerale. Sullo sfondo delle quattro stagioni, si avvicendano davanti alla macchina da presa un pastore, un capretto, un abete, del carbone. Tutti collegati da interscambi ben visibili (e in totale assenza di dialoghi), autentici “passaggi del testimone” distintamente riconoscibili, dal pastore alla capretta, dalla capretta all’abete, dall’abete al carbone.
E ancora all’uomo. Perché uno dei molti motivi che fanno de Le quattro volte una scommessa difficile ma brillantemente vinta, è che non si cade nell’ingenuità di mettere tutti gli elementi sullo stesso piano. L’uomo incornicia il disegno strutturale, lo apre e lo chiude. Anche se nel finale non viene visto, l’ultima inquadratura (un camino fumante) riprende il tratto che ha distinto il primo segmento “umano” da tutti gli altri: la ricorrenza (diciamo pure rituale) di alcuni punti di vista sui medesimi luoghi ripresi in modo identico in momenti diversi.
È vero, forse un disegno strutturale del genere è troppo meccanico: è l’unico, marginalissimo difetto di un film davvero straordinario. Perché si assiste, come non si assisteva da tempo (specialmente in ambito italiano) alla sbalorditiva riuscita dell’unione tra la purezza dell’osservazione e i rigori della geometria. Le quattro vite intrecciate in un unico ordine superiore in cui anche lo squilibrio (si veda lo straordinario piano-sequenza della processione e del contrattempo che la perturba) ha una sua collocazione, si susseguono lasciando a ogni passo del proprio sviluppo il tempo, lo spazio e il respiro sufficienti affinché trovino ai nostri occhi una consistenza grafica monumentale.
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