CANNES 63 - "Tamara Drewe", di Stephen Frears (Fuori Concorso)


Dal fumetto di Posy Simmonds, un Frears libero e irriverente, appassionato come Alta fedeltà e con residui da post Free Cinema. Il suo film è una black-comedy trascinante che smonta l'humour britannico tradizionale e in cui lascia prevalere l'istinto siulla razionalità. E la protagonista, Gemma Aterton. è totalmente autentica, nella sua ingenuità e solarità

tamara dreweMantiene tracce del fumetto da cui è tratto (quello di Posy Simmonds) ma Tamara Drewe è soprattutto una black-comedy trascinante. Frears, malgrado qualche caduta, è sempre un ottimo regista ma è dai tempi di Alta fedeltà che non realizza un film così libero e appassionato. Con un cast di attori poco conosciuti, a differenza di Gemma Aterton (vista in Quantum of Solace, i Love Radio Rock, Scontro tra Titani e protagonista del prossimo Prince of Persia), recupera quella joi de vivre di La felicità porta fortuna di Leigh, quell'irriverenza post Free Cinema e quella dimensione agreste di Cold Comfort Farm di Schlesinger. Tamara è sin da subito l'elemento estraneo rispetto alla cominità del villaggio. Scorrazza per le strade con la sua Mini, ha il naso rifatto, infrange i cuori di rockstar in crisi, giovani contadini coetanei e romanzieri di successo portati al tradimento. Tutti i personaggi sembrano passare attraverso di lei. Anche quelli di due ragazzine che la mettono nei guai intrufolandosi in casa sua e scrivendo dalla sua mail.
Frears filma il villaggio come una specie di mondo chiuso all'esterno. Ogni personaggio di passaggio ne è catturato e poi contagiato dalla sua follia. Il cineasta inglese smonta l'humour britannico tradizionale già con gesti istintivi (le due ragazzine che tirano le uova alle auto di passaggio), sprigiona una sessualità dirompente in cui l'istinto dei protagonisti prevale spesso sulla loro razionalità. Tamara Drewe è un concerto scatenato di suoni e colori, con flashback ambigui tra memoria e immaginazione soggettiva, che si appropria insieme del teenager-movie e del cinema letterario alla Ivory (il gruppo di scrittori e intellettuali seduti a tavola) per poi ribaltarli. Frears segue la sua protagonista con sguardo complice, la esalta, la rende ingenua e solare. Ma al tempo stesso non risparmia situazioni da commedia sofisticata (lo scrittore fallito che dal bagno sente il dialogo tra il romanziere di successo e la moglie che l'ha appena perdonato di un tradimento), battute fulminanti ("Mi avevi detto di voler vivere con me" dice l'amante al romanziere. "Si, ma a Londra" risponde lui), gags da cinema muto (la rockstar che suona tenendo le bacchette con le mani e i piedi) fino a sfociare in un umorismo nero in cui il paesaggio prima statico sembra improvvisamente ribellarsi. E trascinarci dentro in un delirio di pazzia dal quale se ne esce totalmente contagiati.
 

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