CANNES 63 - "Outrage", di Kitano Takeshi (Concorso)
Non ci sono più regole tra i gangster del Giappone di oggi. I vecchi rituali dell’onore e del rispetto sono diventati gag che si ripetono senza reale valore. Sembra condizionato da questo punto di partenza tutto il film. C’è la ricerca sul cinema gangtser, la sovrapposizione dello sguardo del regista (che mette in scena se stesso come testimonianza del suo stesso cinema) e di un autore capace di essere irriverente e poetico. Eppure, in Outrage manca il senso profondo di tutto questo
Dieci anni dopo il magnifico Brother Kitano Takeshi torna al genere yakuza che lo ha reso famoso con un film crudele e violentissimo. Outrage (inserito nella competizione ufficiale di questo sessantatreesimo festival) racconta la storia infinita della lotta tra diverse bande rivali, concentrandosi sulle rispettive violenze e recuperando i gesti e le tensioni che sono stati dei suoi film precedenti. Da Violent Cop a Sonatine, ritroviamo gli stessi personaggi, il non-sense delle situazioni, il gioco che spinge verso l’eccesso e trasforma di colpo, la tragedia in gelido sarcasmo, fino a sfiorare il grottesco e l’effetto di saturazione.
Non ci sono più regole tra i gangster del Giappone di oggi. La lotta per la conquista del potere ha imposto di abbandonare ogni tipo di codice di comportamento e anche i vecchi rituali dell’onore e del rispetto sono diventati gag che si ripetono senza reale valore. Sembra condizionato da questo punto di partenza tutto il film, rivolto alla pura esibizione della violenza prima ancora che concentrato su un’idea e su un progetto. C’è la ricerca sul cinema gangser, la sovrapposizione dello sguardo del regista (che mette in scena se stesso come testimonianza del suo stesso cinema) e di un autore capace di essere irriverente e poetico. Eppure, in Outrage manca il senso profondo di tutto questo. Come se il film altro non fosse che una distratta sequenza di appunti su un’opera da farsi, bozze per come andare oltre il genere, ripetitive e senza efficacia. Non servono le evoluzioni improvvise della storia, né lo sviluppo paratattico delle scene. Tutto è destinato a restare inerme, divorato dal vuoto irrisolto di una messa in scena che non ha saputo trovare un centro attorno al quale costruire i gesti dei personaggi, verso cui indirizzare gli sguardi.
Il risultato è un film immobile perché condizionato da una “maniera” che in nessun modo riesce a farsi forma espressiva. Siamo lontani dalle raffinatezze silenziose ed enigmatiche cui Kitano ci aveva abituati. Il respiro, qui, è stanco e discontinuo, lo sguardo lontano e perso.
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se brother, a mio parere un film discreto e nulla più, è un capolavoro beh, allora pellicole come Sonatine, Hana-bi, Dolls cosa sono? nel valutare un film termini come "capolavoro" o "magnifico", "fantastico", "superbo" vengono distribuiti troppo spesso con eccessiva disinvoltura...poi vabbè de gustibus...e le istituzioni ultimamente tendono a deludere...la famosa crisi delle istituzioni...quindi non mi fiderei troppo di loro così se fossi la Paganelli, non sarei così contento di sentirmelo dire :-) si fa per scherzare eh! ;-)
Inviato da Paolo il 21/05/2010 -
ah, ovviamente Brother è un capolavoro.
Inviato da rouge il 18/05/2010 -
sta messo male chi? Paolo o Kitano? non certo un'istituzione come la Paganelli...
Inviato da rouge il 18/05/2010
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