CANNES 63 - "Devo essere un pendolo, per passare dalla violenza all'umorismo". Incontro con Takeshi Kitano
Kitano torna in concorso per la seconda volta, dopo la partecipazione nel 1999 con il meraviglioso L’estate di Kikujiro. E il nuovo Outrage (Autoreji) rappresenta un ritorno al genere yakuza movie che lo ha reso celebre. Dopo la proiezione stampa, il regista ha risposto alle domande dei giornalisti
Anche Outrage mostra i due aspetti fondamentali del suo cinema: la violenza e l’umorismo. Che cosa rappresentano per lei?
Devo essere un pendolo: devo poter passare attaverso la violenza più efferata e, poi, d’altro canto, mostrare l’umorismo. E la violenza è molto importante. Sento il bisogno di girarla in maniera tale che lo spettatore arrivi a avere davvero una sensazione di dolore. E’ così che descriverei il mio lavoro. Poter mostrare scene di odio e, immediatamente dopo, scene d’amore. Una delle mie più grandi paure è che il pendolo prima o poi possa bloccarsi, per mettersi a girare in tondo, come le lancette di un orologio.
Qual è il suo modo di approcciarsi a un film? Il suo metodo di lavoro?
All’inizio, devo avere una scaletta che consta di quattro punti: l’inizio, lo sviluppo, il punto di svolta e la fine. Se riesco a individuare questi quattro punti, posso buttare giù un principio di sceneggiatura. Una volta terminato lo script, passo a definire i dettagli. E’ così che nascono i miei film.
Outrage segna un ritorno alle storie di criminalità. Cosa può dirci della yakuza oggi?
Non credo che gli yakuza siano fuori moda. A ogni buon conto, ho sentito dire che esistono ancora. I loro metodi sono cambiati, sono diventati più intraprendenti nel mercato finanziario. Ma, in realtà, non so molte cose sull’argomento, perciò non posso che limitarmi a darvi delle risposte generali. C’è una gerarchia molto rigida tra i giovani membri e gli anziani. In passato, per entrare in un clan, occorreva tagliarsi un dito. Ma anche questo ormai è cambiato.
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