CANNES 63 - "Des hommes et des dieux", di Xavier Beauvois (Concorso)
Il regista sembra alla ricerca di un cambio di registro. Eppure anche questo film la declinazione di uno sguardo che sceglie di sottrarsi, per restare comunque accanto, nei limiti di una misura. La regia silenziosa è tutt’altro che assente. Anche se non convince quando tenta di ‘contemplare’, trova la sua identità, affidandosi, con fede profonda, a un cast eccezionale
Xavier Beauvois, attore, sceneggiatore e regista, noto per N’oublie pas que tu vas morir (1995) e Le petit lieutenant (2005), stavolta decide di confrontarsi con una vicenda realmente accaduta agli inizi degli anni ‘90. In un monastero nascosto tra le montagne algerine, alcuni monaci benedettini francesi vivono secondo la regola dell’ordine e sotto la guida spirituale di frère Christian (Lambert Wilson). Le loro giornate sono scandite da preghiera e lavoro. Nel corso degli anni, hanno imparato a stabilire un legame profondo con la piccola comunità musulmana che si è sviluppata ai piedi del monastero. La gente li aiuta nei lavori nei campi e loro, in cambio, assicurano protezione e cure mediche, grazie all’abilità di frère Luc (il grande Michel Londsale). Ma il Paese è attraversato da gruppi terroristici, che in nome dell’Islam, uccidono ‘gli infedeli’ e seminano terrore tra la popolazione. I monaci devono decidere: o restare accanto agli abitanti del villaggio oppure partire per tenersi al riparo dai pericoli. Beauvois sembra alla ricerca di un cambio di registro rispetto ai film precedenti, al cui centro vi erano corpi inquieti e desideranti. Eppure Des hommes et des dieux appare una delle prosecuzioni possibili de Le petit lieutenant, l’altra declinazione di uno sguardo che sceglie di sottrarsi per restare comunque accanto, nei limiti di una misura. Addentrarsi nella monotonia della vita monastica vuol dire accettare la sfida di sottoporre il cinema stesso a una ‘regola’ di rinuncia, a un progressivo azzeramento dei toni e dei ritmi. Le inquadrature fisse seguono il rigore di una simmetria che congela tempo e spazio, incorniciando i personaggi in quadri immobili. E i primi piani sono il segno di una volontà di nascondersi nei volti. Anche quando la vicenda precipita, Beauvois rinuncia alla tensione. Come se anche lui si adeguasse a un piano superiore. Ma la sua regia silenziosa è tutt’altro che assente. Anche se non convince quando tenta di ‘contemplare’, trova la sua identità, affidandosi, con fede profonda, a un cast eccezionale: Wilson, Londsale, Philippe Ladenbach (Muriel, Finalmente domenica!). E se da un lato incontra quel senso d’intimità che è del sacro, dall’altro scopre la complessità di uomini chiamati alla rinuncia, ma non ancora al sacrificio estremo. Come già in passato, il suo cinema racconta la tensione dei corpi, come quello di Christophe, che nella solitudine della propria cella, chiede un aiuto al dio che ha sempre servito. E lo sconforto delle anime, come in quell’ultima cena in cui lo sguardo (per la prima volta quasi febbrile) si muove, in una panoramica mai lineare, per scoprire la coscienza di un destino ineluttabile.
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