CANNES 63 - "Chantrapas", di Otar Iosseliani (Séances Spéciales)
Un film con l’umorismo e la disillusione di un autore (anche attore nella parte parigina della pellicola) che, come molti grandi vecchi del cinema d’oggi, si diverte a rimettere in gioco le sue ossessioni, magari qui un po’ meno magnifiche ma sempre e comunque ariose e fluttuanti
Una sirena, che osserva, spia gli avvenimenti, dal bordo dell’acqua di un fiume attira a sé il regista Nicolas - la cui carriera, nonostante la giovane età (ma, il film l’ha detto più volte nella sua durata, non è questione d’età per i personaggi, che portano dentro di sé strati di un vissuto su corpi cristallizzati nell’immobilità dei cambiamenti fisici, i giovani come gli anziani), è stata ostacolata tanto nella nativa Georgia quanto in Francia - e lo trascina, con lievità, nel sottofondo marino, dove regna il silenzio, tenendolo per mano e invitandolo a un viaggio verso un altrove finalmente liberato dalla moltitudine di pesantezze burocratiche che regolano l’andamento della società e della politica, e del cinema che in quegli ingranaggi si trova imprigionato.
Quella breve scena è l’istante memorabile di Chantrapas (parola russa ispirata al francese “Chantera pas”, quando alla fine del XIX secolo i maestri del bel canto italiano selezionavano i bambini dell’aristocrazia russa, che parlava francese, dividendoli in due categorie, “Chantera” e “Chantera pas”; ma anche modo di dire per indicare i buoni a nulla, gli esclusi, come il protagonista Nicolas), ritorno alla regia di Otar Ioseliani con un film autobiografico, pure se il cineasta non lo definisce così, essendo la sua vita artistica differente da quella del protagonista, avendo potuto fare, Ioseliani, il suo lavoro e i film che voleva anche ai tempi dell’Unione Sovietica, come ricorda egli stesso.
Chantrapas è opera sul e con il cinema (con estratti anche da un film rurale degli esordi di Iosseliani e un frammento di un lavoro di Pierre Etaix, in Chantrapas nel ruolo del produttore francese) che raduna in due ore gli elementi della filmografia dell’autore georgiano, dalla presenza del canto a quella dell’erranza dei personaggi e di un costante trasloco di oggetti che passano di mano in mano, di luogo in luogo. E che li ri-presenta con la solita leggerezza di tocco, anche se meno sorprendente di molte altre volte. Chantrapas è un film diviso in due, la prima parte in Georgia, la seconda a Parigi, più un epilogo nuovamente in Georgia, con il ritorno a casa di Nicolas (e la sua sparizione in acqua). Ma in realtà è un film che quella divisione la trasforma in sovrimpressione, finisce l’episodio georgiano e comincia quello francese: identico per situazioni, comportamenti, azioni, danza dei corpi e degli oggetti. Con l’umorismo e la disillusione di un autore (anche attore nella parte parigina) che, come molti grandi vecchi del cinema d’oggi, si diverte a rimettere in gioco le sue ossessioni, magari qui un po’ meno magnifiche ma sempre e comunque ariose e fluttuanti. Proprio come quella scena sott’acqua.
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