CANNES 63 - "Schastye moe ", di Sergei Loznitsa (Concorso)
Il lungo film, oltre due ore, del regista di nazionalità ucraina non è altro che un pretestuoso percorso fuori dalla strada principale, verso una serie d’infiniti detours che portano il film programmaticamente a perdersi, soprattutto narrativamente, in una composizione a puzzle dove tutto diventa possibile
Sergei Loznitsa è un apprezzato documentarista dallo sguardo radicale. Tra i suoi titoli, Settlement (2001) e Revue (2008). Schastye moe (doppio titolo internazionale, e molto ironico rispetto a quel che il film racconta, Mon bonheur/My Joy) è il suo esordio nel cinema di finzione e stranamente, visto che la sua filmografia non è vergine, concorre per la Caméra d’Or, il prestigioso premio destinato alla migliore opera prima. Ma c’è da augurarsi che la giuria, presieduta da Gael García Bernal, non lo prenda in considerazione (così come quella ufficiale che assegnerà la palma d’oro). Perché il lungo film, oltre due ore, del regista di nazionalità ucraina non è altro che un pretestuoso percorso fuori dalla strada principale, verso una serie d’infiniti detours ("Non è una strada, ma una direzione, che va da nessuna parte, un cul-de-sac della morte", afferma uno dei personaggi incontrati nel suo cammino verso il nulla dal camionista Georgy) che portano il film, ma programmaticamente, a perdersi, soprattutto narrativamente, in una composizione a puzzle dove tutto, in particolare dalla scena in cui Georgy viene percosso da tre homeless nella campagna notturna, diventa possibile, fino a una circolarità viziosa che ri-porta il testo alla strada iniziale e a una strage dentro e fuori uno sperduto posto di polizia. Perché la violenza regna, in particolare in questa Russia senza nomi, dai luoghi marginali, dai volti devastati da una sopravvivenza priva di una anche minima speranza di cambiamento.
Di questo film restano negli occhi la scena iniziale, la più potente e già segno di un filmare che si chiude in se stesso, non comunicante con quel che accadrà poi, in cui nel fango mostrato a tutto schermo viene gettato il corpo di un uomo, quindi ricoperto di terra da una ruspa; e il vagare, sempre molto preciso (perché Schastye moe è un lavoro professionalmente ricercato), e in piano sequenza, della macchina da presa tra i volti della folla del villaggio dove il camionista approda accompagnato da una prostituta adolescente incontrata lungo una strada bloccata da un incidente. Istanti di un film altrimenti inscritto in un cul-de-sac che però non produce derive ma solo loro sbiadite e pretestuose rappresentazioni.
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ho avuto il piacere di vedere il film di Loznica al Trieste Film Festival, che gli ha dedicato una (mi vien da dire, a posteriori, meritatissima) personale. Un piacere visivo, chè, come si sottolinea in questa recensione, nel film non c'è una speranza di cambiamento. e perchè dovrebbe esserci? e quale sarebbe la strada al di fuori della quale la narrazione si insinua? cosa voleva insegnarci o fare sperare kanevski con i suoi film? denunciare il sistema dei gulag? non credo. ho trovato un film crudo, vero e realistico che non ci deve insegnare nulla e tantomeno fare sperare in qualcosa di meglio ma solo raccontare una storia attraverso una regia solida e una struttura narrativa che ti costringe a una continua attenzione. non a caso il regista ha studi matematici e cibernetici. molto russo. e molto bello.
Inviato da andrea vescovini il 26/01/2011
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