CANNES 63 - "La nostra vita", di Daniele Luchetti (Concorso)
Come Questione di cuore della Archibugi, anche La nostra vita è un'anima fragile. Un film vissuto, vecchio, logoro, ma che risorge in modo prorompente dalle sue macerie. Brutto, sporco forse troppo poco cattivo, ma che ha un cuore grande così, vivo nel rapporto tra lutto e denaro e soprattutto in cui il sangue, le lacrime e la terra sono veri.
Urla Claudio con tutta la voce cha ha in corpo. Fino allo sfinimento. Ci sono due momenti di La nostra vita che mettono i brividi e sono collegati entrambi alla canzone di Vasco Rossi, Anima fragile. Il primo è all'inizio, con la coppia composta da Claudio e la moglie Elena a letto. Lei, addirittura prende la pausa e dà il ritmo alla canzone che riprende furiosa. L'altro è al funerale, che si trasforma in una specie di coro da curva allo stadio. L'urlo del dolore diventa così collettivo, la canzone da condividere con tutta la sua famiglia. Non è un film lineare La nostra vita. Anzi, a volte rischia di essere anche disturbante nel modo in cui la macchina da presa sta addosso al personaggio e per come rappresenta la propria famiglia e il mondo del lavoro come frammenti soggettivi. Ma il cinema di Daniele Luchetti, con tutti i suoi difetti, non ha mai avuto un cuore grande così. Il suo risultato migliore, prima di questo film, ci era apparso Il portaborse in cui Moretti c'era dentro forse anche oltre il personaggio di Botero. Stavolta porta sullo schermo la vicenda di Claudio, che vede crollare la sua vita apparentemente perfetta dopo la morte della moglie Elena. Lui non è pronto per essere vedovo e inoltre ha anche due figli da crescere. Per cercare di superare il dolore, inizia a prendere una serie di decisioni sbagliate, soprattutto in campo lavorativo. C'è però la sua famiglia (il fratello, la sorella) che continua a sostenerlo. Se ci si volesse provocatoriamente spostare indietro nel tempo, la figura di Germano ricorda quegli arrampicatori maldestri di certa commedia all'italiana e soprattutto di Alberto Sordi. E' attraverso il suo corpo che il film attraversa i cantieri, il difficile rapporto con i dipendenti e soprattutto con una famiglia rumena (madre e figlio) ai quali non riesce a confessare un tragico segreto. Luchetti segue la sua figura, si appropria del suo respiro, porta sullo schermo questa estasi in modo vibrante e fastidioso ma che non lascia indifferenti. Rispetto a Mio fratello è figlio unico questo film riesce a mettere molto più in gioco le emozioni dei protagonisti. C'è uno spaesamento, un disorientamento che emerge proprio dalla loro irrazionalità. Ad un certo punto Claudio dà i soldi ai due figli piccoli, dopo la morte della moglie per andare alla cassa e pagarsi i giochi. E anche l'interno della sua abitazione rispecchia fedelmente la sua personale politica di un accumulo economico veloce dietro la quale però c'è il vuoto. Ci si vuole perdere alla fine in questa incompletezza, tra palazzi in costruzione, soldi che non ci sono, sogni ipotetici sempre trattenuti (quelli del fratello, interpretato da Raoul Bova mai così bravo). Come Questioni di cuore della Archibugi, anche La nostra vita è un'anima fragile. Un film vissuto, vecchio, logoro, ma che risorge in modo prorompente dalle sue macerie. Un film brutto, sporco forse troppo poco cattivo (soprattutto nella parte meno convincente, in quello stacco temporale in cui Claudio riesce miracolosamente a risolvere economicamente i problemi con quegli operai che gli dovevano finire i lavori nei tempi stabiliti) ma vivo nel rapporto tra lutto e denaro e soprattutto in cui il sangue, le lacrime e la terra sono veri. Germano regala una delle figure più intense degli ultimi anni, Zingaretti e Colangeli sono caratteristi d'altri tempi ma la prova emozionante la regala Isabella Ragonese, oggi una delle più brave attrici del cinema italiano che continua a vivere anche dopo la sua scomparsa come un fantasma, anzi un angelo che veglia sulla sua famiglia. Forse è qui, inconsapevolmente, la fiamma perpetuamente accesa di La nostra vita, in un'opera che si può amare o detestare, o tutte due le cose ma in cui Luchetti non era mai riuscito a toccare certe corde emozionali come stavolta.
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