CANNES 63 - "Fair Game", di Doug Liman (Concorso)
E’ nella seconda parte che il film cresce in maniera vibrante. Quando la vicenda trova il suo baricentro (geografico ed emotivo) e il racconto si concentra, letteralmente, sul gioco ‘poco leale’ del potere. Lo stile di Liman diventa finalmente funzionale al senso di minaccia incombente. E appassiona davvero, quando inquadra la lotta disperata per ristabilire la verità, la crisi della coppia, incastrata nei mostruosi meccanismi del complotto
Dopo aver raccontato le avventure dell’agenet Bourne, Doug Liman torna a ficcare il naso nei servizi segreti americani e nel mondo dello spionaggio internazionale. Ma stavolta non c’è finzione (è possibile?). Perché la vicenda di Fair Game è reale, come svelano le immagini di repertorio dei titoli di coda. Vanessa Plame, agente della CIA, è assegnata al dipartimento che si occupa della proliferazione delle armi di distruzione di massa. Suo marito, Joe Wilson, è un diplomatico esperto in questioni africane e mediorientali. Compito dei servizi è definire l’esatta minaccia degli arsenali di Saddam Hussein. Ma nonostante non vi sia alcun prova concreta dell’esistenza di armi di distruzione irachene, l’amministrazione Bush è intenzionata a portare avanti il suo progetto di guerra preventiva. Tutte le conclusioni della CIA vengono sistematicamente ignorate. Wilson denuncia la cosa alla stampa. Ma il governo non tollera intromissioni. E l’ufficio di vicepresidenza lascia trapelare l’informazione sulla reale attività della Plame. L’agente non è più segreto e il fango rischia di affossare la famiglia Wilson.
Sulla sceneggiatura di Jez e John-Henry Butterworth, che parte dal libro verità della Plame, Liman costruisce il suo film ‘onesto’ sulle bugie della presidenza giusta che hanno portato alla sporca guerra in Iraq. Lo stesso argomento, in buona sostanza, di Green Zone, l’ultimo straordinario film di Paul Greengrass (ed è curioso notare come i due registi sembrano animati dalle stesse ossessioni). Liman, ancora una volta dopo The Bourne Identity e Jumper, si lancia in un cinema che fa della dislocazione geografica il suo nucleo fondamentale. In tutta la prima parte, Fair Game è un cotinuo spostamento da un luogo all’altro, da un mondo all’altro: la Malaysia e il Niger, gli USA e Baghdad. Ma, ancora una volta, il regista si conferma non all’altezza del compito che si è imposto. Il suo sguardo si dimostra incapace di procedere a una mappatura del mondo contemporaneo, che disegni le nuove coordinate dell’immaginario. A differenza di Greengrass, che con la fibrillazione costante della messa in scena, racconta di una verità inconoscibile, di un mondo sostanzialmente non inscrivibile nello spazio inquieto dell’inquadratura, Liman si appiattisce nella convenzionalità di uno stile senza sussulti. Ma attenzione. Non è del tutto vero. E’ nella seconda parte che Fair Game cresce in maniera vibrante. Quando la vicenda, cioè, trova il suo baricentro (geografico ed emotivo) e il racconto si concentra, letteralmente, sul gioco ‘poco leale’ del potere. Liman evita qualsiasi frammentarietà, qualsiasi orpello non necessario. Il suo stile diventa finalmente funzionale al senso di minaccia incombente. E appassiona davvero, quando inquadra la lotta disperata per ristabilire la verità, la crisi della coppia, incastrata nei mostruosi meccanismi del complotto. Certo. Buona parte del merito va ai due magnifici interpreti, Sean Penn e Naomi Watts, accompagnati da un supporting cast efficace (a cominciare dal sempiterno Sam Shepard). Non toglie nulla. Fair Game sembra seguire il solco di quella magnifica vena civile, incazzata e democratica, del cinema americano. Si affacciano gli spettri di Pollack, Pakula, Lumet. Mancherà pure la capacità di inquadrare i problemi, di comprendere le radici, di ragionare teoricamente sulla verità e la manipolazione. Ma è una benedizione, in ogni caso.
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