CANNES 63 - "Ha'Meshotet", di Avishai Sivan (Quinzaine des Réalisateurs)

Come nel silenzio, e in un minimalismo ricercato che in quei silenzi si specchia s’inscrive Ha’Meshotet (The Wanderer), primo lungometraggio di finzione del trentatreenne regista israeliano Avishai Sivan, ma noto da una decina d’anni per il suo lavoro di ricerca nei territori dell’arte e del cinema sperimentale

ha'meshotetDi spalle, un uomo, si scoprirà un giovane, studente di yeshiva e figlio unico di una famiglia divenuta ortodossa dopo fatti del passato appena accennati in sotto-dialoghi, attraversa un ponte pedonale che collega due lati della zona in cui vive. All’inizio, durante e alla fine del film, in momenti diversi delle giornate. Silenziosamente. Come nel silenzio, e in un minimalismo ricercato che in quei silenzi si specchia, e viceversa, s’inscrive Ha’Meshotet (The Wanderer), primo lungometraggio di finzione del trentatreenne regista israeliano Avishai Sivan, ma noto da una decina d’anni per il suo lavoro di ricerca nei territori dell’arte e del cinema sperimentale (tra le sue opere il monumentale The Soap Opera of a Frozen Filmmaker, antologia in sette episodi realizzata tra il 2000 e il 2007).
Ha’Meshotet del cinema d’arte mantiene il rigore formale, l’estrema rappresentazione di una forma che si ri-produce, di una costruzione narrativa per appunti, che non sciolgono le situazioni. Mentre il pre-testo è altrettanto ridotto all’essenziale e, come infine le immagini, alquanto semplificato (ben altra intensità e comunicazione teorica hanno, per ricordare un altro cineasta israeliano, i lavori di Raphaël Nadjari). Ovvero, la malattia fisica e il disagio mentale di un personaggio, l’errante, il vagabondo, come si fa chiamare, Isaac, prima e dopo la scoperta della sua sterilità, che rappresentano la malattia e il disagio sociale di un intero paese e di generazioni differenti che lo abitano (dai genitori del ragazzo agli amici di Isaac ai corpi anonimi da lui incontrati nel suo vagabondare notte e giorno per le strade della città). Sivan osserva, come un documentarista e da distante, istanti nella vita di un personaggio che assomiglia sempre più a uno zombi, dagli occhi al modo di camminare, nel suo vagare muto, catatonico o improvvisamente violento. Senza che da quello stato - anche quando, forse, vorrebbe, recandosi al commissariato di polizia dopo avere stuprato una ragazza ubriaca - esca mai. Sempre intrappolato dai muri che disegnano la geografia antica e moderna della città (compresa l’inquadratura del muro fatto costruire da Israele per devastare ancor più la popolazione e il territorio palestinese), dal ponte sopraelevato e dalle sue strutture di protezione, e dalla porta dell’appartamento dove vive con i genitori che, nell’ultima inquadratura, Isaac chiude alle sue spalle, sparendo nel buio.

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