CANNES 63 - "Utomlyonnye Solntsem 2: Predstoyanie" (Il sole ingannatore 2: Esodo), di Nikita Mikhalkov (Concorso)
Lasciamo perdere per una volta le polemiche che hanno accompagnato il secondo capitolo de Il sole ingannatore – Esodo. Cinema antiquato o dell'antiquariato: riflessione insistita sul dettaglio solo deturpato dalle idelogie, quasi come a voler svelare la nebbia del passato, a volere fermare il tempo e la resistenza a vivere ancora. Ma è troppo debole il richiamo, sempre più impalpabile. Mikhalkov si compiace delle sue fantasticherie, senza mai però riuscire ad urtare visceralmente contro i muri da buttare giù definitivamente
Lasciamo perdere ancora una volta le polemiche che hanno accompagnato il secondo capitolo de Il sole ingannatore – Esodo, per cui il regista è stato contestato dai suoi stessi colleghi russi, tra i quali Sokurov, dovuto alla sua vicinanza al Premier Putin e per avere un ruolo amministrativo legato alle attività cinematografiche, usando metodi staliniani (sempre secondo i registi a lui ostili). Proviamo a rimanere legati al film presentato in concorso. È impresa ardua prima di tutto comprendere quali siano le intenzioni narrative dell’autore, sempre più impegnato a caricare il suo cinema di sovrastrutture simboliche e stratificazioni estetiche da lasciare quantomeno perplessi e disturbati. È la continuazione della storia dell’ex generale Kotov (interpretato dallo stesso Mikhalkov), che fuggito miracolosamente da un lager comunista e ritenuto ufficialmente morto nel 1941, si arruola come soldato semplice, cercando la morte combattendo i tedeschi, dopo aver perso ogni speranza di poter riabbracciare i suoi familiari, ormai ritenuti vittime delle persecuzioni staliniane. A cercarlo invece resta la figlia Nadia, infermiera di guerra che proverà in tutti i modi, superando ostacoli insormontabili, superando le file nemiche, di rivedere suo padre, divenuto nella sua testa un sogno in barca, in riva al fiume, con un sole crepuscolare. Ricco si effetti speciali, di battaglie sul campo, di bombardamenti dall’alto, di esecuzioni senza pietà, il film lascia anche molto spazio alla retorica politica e ideologica, più o meno esplicita. Ma la cosa che più salta agli occhi è questa baraccopoli ricostruita per raccontare la storia e la guerra, per ritrovare la Russia prima di Stalin, sogno e realtà ormai ingannati per sempre. È uno stucchevole barocco quello che si apre al nostro sguardo, fagocitato da continue dissolvenze manieristiche, per contrastare senso e significato dell’immaginario collettivo. Nell'amplificare la teatralità dell’impianto scenografico, Mikhalkov si affida alle cose, agli oggetti lasciati sul campo di battaglia, con insistiti primi piani. Ma non si limita a provocare attraverso i resti e i rifiuti che la guerra ha risparmiato o semplicemente deturpato, in più, c’è un’insensata insistenza di affidarsi ad essi, come uniche ancore di salvataggio, nella dura lotta per la sopravvivenza. Una boa salva la vita a Nadia, dopo un naufragio, una porta salva la vita ad un amico di Kotov, dopo una battaglia, il lampadario di una chiesa blocca l’esplosione di una bomba lanciata dall’alto, tenendo in vita l’x generale. Le cose, quasi come a voler svelare la nebbia del passato, a volere fermare il tempo e la resistenza a vivere ancora. Ma è troppo debole il richiamo, quasi impalpabile, anche quando Nadia riceve il battezzo e le icone religiose si susseguono tra corpi inermi. Mikhalkov si compiace delle sue fantasticherie, senza mai però riuscire ad urtare visceralmente contro i muri da buttare giù definitivamente.
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