CANNES 63 - "Tender Son - The Frankenstein Project", di Kornél Mundruczó (Concorso)
Se, all’inizio, il regista ungherese rinchiude la sua osservazione nello spazio soffocante di un palazzo, di una struttura entro cui tracciare linee geometriche nette e definite, nel finale si abbandona a un detour sfiancante in un mondo sommerso dalla neve, dove scontare i peccati e immaginare il futuro. E, allora, si comprende che il ‘progetto Frankenstein’ segna il destino del film a tutti i livelli, fino a mandare in cortocircuito il gioco di specchi dell’identificazione
The Frankenstein Project. Il riferimento non potrebbe esser più chiaro. Il morto che torna in vita. La creazione che sfugge di mano al creatore, per svelare le storture dell’artificio e condurlo alla distruzione. Eppure, non ci si deve aspettare l’ennesima variazione horror sull’archetipo della Shelley. Perché Mundruczó, trentacinque anni e già una considerevole filmografia alle spalle (Pleasant Days, Johanna, Delta), pur immergendo il suo racconto in un’atmosfera glaciale e inquietante, sceglie altri toni e si lascia andare a riflessioni personali, che a partire dalla teoria cercano di arrivare all’intimo. .L’idea di Frankenstein è l’idea stessa di film, corpo/testo da ricucire e far rivivere a partire dal frammento dell’inquadratura. Il regista si atteggia a dominus, a controllore assoluto della struttura filmica. A creatore. Ma non può dominare ciò che accade fuori o dentro il set. La creatura gli sfugge di mano ben presto (e il film non si farà). Almeno finché la regia si impone, limitandosi, di essere una ripresa e ri-organizzazione del creato. Su questa riflessione sul cinema, viene a innestarsi l’indagine sui legami familiari, sui rapporti padre-figlio, con tutto il carico di colpe che si portano dietro. Tender Son è un cuore trapiantato in un altro corpo e collegato a un altro cervello. Ed è un trapianto che segna come una cicatrice l’impianto visivo del film. Se, all’inizio, Mundruczó rinchiude la sua osservazione nello spazio soffocante di un palazzo, di una struttura entro cui tracciare linee geometriche nette e definite, nel finale si abbandona a un detour sfiancante in un mondo sommerso dalla neve, dove scontare i peccati e immaginare il futuro. La sensazione d’irrealtà resta, ma la natura, con i suoi presagi di morte (come già in Delta), prende il sopravvento. E, allora, si comprende che il ‘progetto Frankenstein’ segna il destino del film a tutti i livelli, fino a mandare in cortocircuito il gioco di specchi dell’identificazione. E’ Mundruczó (vero, finto) il regista che cerca di tenere il filo, di considerare tutte le variabili e dominarle sino alla fine. Una lotta impossibile. Perché l’imprevisto e la tragedia finiscono, comunque, per far saltare il progetto. Discorso interessante. Ma il problema è che sotto lo sguardo fermo, senza scampo dell’ungherese anche l’imprevisto finisce palesarsi come una variabile calcolata. Il sangue vola in linea retta e lo spiazzamento resta un artificio. Le curve dell'anima sono solo un labile tracciato nell’indifferenza della neve.
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