(doc) CANNES 63 - "Autobiografia lui Nicolae Ceausescu", di Andrei Ujica (Fuori concorso)
In questa autobiografia letteralmente scompare dietro lo spettacolo, perché letteralmente è spettacolo. Ujica sceglie di attenersi alla superficie spettacolare delle immagini di repertorio. Pochi film come questo negli ultimi anni sono stati capaci di suggerire tutta l’evanescenza del Potere, e insieme la devastazione di cui questa evanescenza è capace
Alcuni attimi dalle celebri riprese video del processo a Nicolae Ceausescu e alla moglie, quelli in cui lui, impenetrabile a qualunque tentativo dell’interlocutore, ribadisce meccanicamente che non riconosce il tribunale, e che tutto ciò di cui è accusato è falso. Poi, comincia il film. Quasi tre ore di materiali di repertorio, a partire dai funerali di Gheorghe Gheorghiu-Dej (di cui fu il “delfino”) fino a ricollegarsi col processo dell’89. Quasi tre ore di parate, discorsi, propaganda, manifestazioni ufficiali, visite a supermercati pieni nella più nera miseria e allestiti in quel modo solo in funzione delle telecamere, e così via.
Ujica compie un’operazione di eccezionale levatura storica. Già dai primi secondi del processo risulta lampante ciò che maggiormente risalterà della figura di Ceausescu oggetto di questa “autobiografia”: la sua opacità. Il suo essere, tanto nelle occasioni ufficiali quanto nelle partite di caccia o nelle partitelle di pallavolo con gli amici, una maschera di potere fatalmente vacua. Ceausescu in questa autobiografia letteralmente scompare dietro lo spettacolo, perché letteralmente è spettacolo. In tutta evidenza, Ujica sceglie di attenersi per tutte e tre le ore alla superficie spettacolare delle immagini di repertorio. Il risultato è potentissimo: pochi film come questo negli ultimi anni sono stati capaci di suggerire tutta l’evanescenza del Potere, e insieme la devastazione di cui questa evanescenza è capace.
E il risultato è tanto più potente quanto la Storia, che viene presentata come totalmente subordinata allo Spettacolo, non scompare, non svanisce, ma diventa un mero residuo dell’onnipotenza dello Spettacolo. Perciò, nel film ci sono tutte le tappe del percorso del conducator (l’appoggio a Praga nel ’68, il sostegno dell’Occidente e di personaggi del calibro di Nixon o De Gaulle, le velleità di rinnovamento dell’economia, il disastro socio-economico degli ultimi anni…). Ma sono semplici note a margine di una forma totalitaria che oggi ci riguarda tutti: quella dell’Immagine. Una forma totalitaria di cui, per molti versi, Ceausescu fu una sorta di precursore. Questo sembra dirci il film di Ujica: la sua autobiografia di Ceausescu non è un film sulla vita di Ceausescu, ma un film sull’oggi. Anche per questo è importante che si sia conservata una struttura rigorosamente cronologica: Ceausescu invecchia, le circostanze storiche cambiano ma, tutt’intorno, lo Spettacolo rimane uguale.
Ad esempio, non è un caso se, appena prima della catastrofe, Ceausescu dice che se le cose non hanno potuto ingranare nel verso giusto è perché non si è lasciato abbastanza spazio al (suo) socialismo affinché potesse funzionare davvero. È esattamente ciò che dicono gli ultraliberali della crisi economica attuale: essa, secondo costoro, è da imputarsi al fatto che il sistema non era stato abbastanza “puramente” capitalista. Di nuovo: non si tratta di un documento sul passato, ma di un film sul nostro presente.
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