CANNES 63 - "The Tiger Factory", di Woo Ming Jin (Quinzaine des Réalisateurs)
Con The Tiger Factory, il trentaquattrenne regista malese, al suo quarto lungometraggio esplora - con uno sguardo che si avvicina al documentario, e che in certe situazioni documentario lo è, e con i segni della ripetizione delle situazioni, il corpo della diciannovenne Ping Ping e i luoghi da lei quotidianamente abitati in maniera drammatica
Cineasta malese amato dai principali festival internazionali, Woo Ming Jin, anche fotografo, nelle sue opere indaga in particolare il rapporto tra l’essere umano e la natura. Con The Tiger Factory, il trentaquattrenne regista, al suo quarto lungometraggio (dopo Monday Morning Glory, del 2005, e i più recenti The Elephant and the Sea, del 2007, e Woman on Fire Looks For Water, di un anno fa), esplora - con uno sguardo che si avvicina al documentario, e che in certe situazioni documentario lo è (come nelle scene filmate nell’allevamento di maiali dove lavora la giovane protagonista), e con i segni della ripetizione delle situazioni, a evidenziare l’imprigionamento vissuto dalla ragazza, che vorrebbe andarsene ma non ne ha i mezzi - il corpo della diciannovenne Ping Ping e i luoghi da lei quotidianamente abitati in maniera drammatica. E i gesti che lei compie, sequestrata nella sua vita dalla crudeltà di una zia che, oltreché farla lavorare senza sosta e a qualsiasi condizione nella fattoria dei maiali e in un ristorante, la obbliga a farsi mettere incinta da lavoratori immigrati per poi vendere i neonati, facendole credere che siano morti.
The Tiger Factory disegna questa realtà, pedinando la sua protagonista, il cui sogno sarebbe di migrare in Giappone per lavorare in una fabbrica di pezzi d’automobili. Ma le mancano i soldi per pagare un trafficante in passaggi clandestini via mare. Fin quando si spingerà ancora più lontano, non avendo nulla da perdere e avendo scoperto il traffico di neonati condotto dalla zia, e quei soldi riuscirà a procurarseli… Tra le numerose telefonate da una cabina telefonica all’amica Mei e nell’attesa di una partenza infine possibile, o almeno tentata, a bordo di un’automobile, dove Ping Ping incontra una famiglia di indonesiani che intona una canzone. Woo Ming Jin sospende il film, come già all’inizio, quando Ping Ping è a bordo di un’altra automobile insieme all’amica che con lei subisce quello sfruttamento. Due automobili segno di (falsi) movimenti, di spostamenti nei luoghi della città. Verso la fatica d’ogni giorno e, forse dopo la fine, il raggiungimento della meta desiderata.
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