NAPOLI FILM FESTIVAL 12 - "Di mestiere faccio il paesologo", di Andrea D'Ambrosio (SchermoNapoli Doc)

D’Ambrosio osserva senza far domande. In religioso silenzio. Eppure, ‘limitandosi’ a mostrare, il suo sguardo non è mai imparziale. Le immagini raccontano storie e i segni costruiscono mondi. Disegnano da sé l’arco di trasformazione del personaggio. D’Ambrosio è affascinato dalla figura di Franco Arminio, ma progressivamente ne mette in luce le piccole manie, i tic. Racconta l’uomo, prima ancora che le sue parole e idee falsifichino la purezza del visibile

di mestiere faccio il paesologoL’inizio è folgorante. Musica. Binari deserti di una piccola stazione nel nulla. Teli dipinti. Paesaggi magnifici, spettrali e vuoti. E figure di passaggio. Comunque il quadro, innanzitutto. L’ambiente prima e più degli uomini. Segno manifesto del fatto che qui, prima ancor che di un personaggio, si parla di luoghi. Del resto il mestiere di paesologo, seppure esiste, non ha alcun valore se non in riferimento al suo oggetto. Presuppone che i paesi esistano e che siano in grado di raccontare la propria identità, la loro e la nostra anima. Il protagonista del nuovo documentario di Andrea D’Ambrosio, coautore dello splendido Biùtiful Cauntri (insieme a Esmeralda Calabria e Peppe Ruggiero) è Franco Arminio, irpino, maestro e figura eccentrica di intellettuale e scrittore. “Sono Arminio, sono d’alluminio, dell’amore sono il franco tiratore…”, si presenta così, recitando versi dal megafono di una lambretta qualsiasi. Poi, subito dopo, spiega alla gente di passaggio qual è il suo mestiere, cosa vuol dire essere paesologo. E così mette in campo la sua sfida. Riportare a galla i fantasmi che abitano i luoghi, tenerli ancora in vita, nonostante il tempo che ferisce e omologa, privando le cose, gli spazi e gli uomini di cuore e sostanza. Arminio si aggira tra i paesi dell’alta Irpinia, quelli che nascono ai confini con la Puglia, tra paesaggi mozzafiato, perennemente battuti dal vento. Prova a coglierne la bellezza e la corruzione, entrambe nascoste ed evidenti al tempo stesso. Incontra i paesani, cerca un dialogo, fa domande e improvvisa lezioni. E’ incalzante, spesso ironico, a volte illuminante, altre volte irritante. Eppure dai suoi incontri emerge nitida l’immagine di un mondo sempre in bilico, sull’orlo di un’irreversibile dissoluzione. La civiltà contadina è soppiantata dal progresso. E la lentezza è cancellata. Come se nel mondo non esistesse più una forza d’attrito capace di porre un freno alla velocità. I paesi scompaiono, perché costruiti su ritmi non più sostenibili. Arminio è una sorta di partigiano impegnato in una disperata resistenza. Elogia la lentezza contro la velocità, quasi fosse l’Alvin Straight di Lynch (che però parlava poco). L’agricoltura contro l’industria. Sei operaio? Allora sei schiavo. Sei contadino? Allora sei un re. La periferia contro il centro. Contrapposizioni ed equazioni che nascono da un immaginario antico, senza più presa nella realtà.
Il metodo di D’Ambrosio sembra l’esatto opposto di quello di Arminio. Osserva senza far domande. In religioso silenzio. Eppure, ‘limitandosi’ a mostrare, il suo sguardo non è mai imparziale. Come potrebbe? Le immagini raccontano storie e i segni costruiscono mondi. Disegnano da sé l’arco di trasformazione del personaggio. D’Ambrosio è affascinato da Arminio, ma progressivamente ne mette in luce le piccole manie, i tic. Racconta l’uomo, prima ancora che le sue parole e idee falsifichino la purezza del visibile. E, incrociando gli sguardi, i dettagli, incontra l’emozione delle cose e la verità di tante altre piccole storie, in fondo non dissimili. Il dylanologo, il poveraccio un po’ tocco, l’emigrante, il vecchio, a cui è riservato la battuta più bella del film: “A volte parlo solo, per sapere se ho ancora voce”… Piccole storie che ne raccontano una più grande, di un tempo andato, scomparso con le rotaie del treno. Come diceva Peckinpah.    
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