SUDAFRICA 2010 - Le solitudini del portiere (Sudafrica-Messico)

Ancora una volta l’inquadratura è di spalle, con l’occhio della telecamera che penetra le maglie della rete. Ma tutto è ora diverso perché le immagini rivelano invece la doppia immagine del portiere – il giocatore “estremo” in tutti i sensi, anomalia di un ruolo particolare – sono cioè in grado di lavorare sul duplice registro dei suoi gesti: lo scatto improvviso, gesto atletico assoluto, e l’immobilità, simbolo astratto del calcio stesso. I personaggi sono creati e sono subito personaggi-simbolo, forme più che divi, gesti, più che corpi.

È la partita d’esordio del mondiale, negli occhi sono ancora vivide le immagini della messinscena visuale-emotiva della cerimonia d’apertura. Ma i titoli di testa lasciano ora il posto alla prima sequenza. La partita ha inizio. È la regia, la sua modalità stilistica che colpisce immediatamente.
La sua struttura muta, impercettibilmente ma inesorabilmente lungo tutta la partita, mostrando, di fatto, il respiro e il movimento ritmico del match.
Ampie inquadrature dominano la prima parte del primo tempo: atteggiamento guardingo, in soggezione quasi, da parte della squadra sudafricana, atteggiamento aggressivo, veloce, deciso quello del Messico.
Diverse occasioni da parte della squadra latinoamericana nel primo tempo. Il suo gioco, mutatis mutandis, ricorda quello del Barcellona di Guardiola – fitte trame di gioco, lungo possesso palla, passaggi continui e verticalizzazioni improvvise: ed ecco che le telecamere coprono il movimento della partita con campi lunghi e panoramiche, capaci di cogliere la complessità della trama collettiva della quadra messicana.
Nel finale del primo tempo qualcosa cambia, uno scarto rispetto all’inerzia iniziale: il Sudafrica prende coraggio, lanci lunghi e improvvisi movimenti lungo il campo avversario. Le telecamere seguono la traiettoria della palla che, veloce, passa da un parte all’altra del campo. lo sguardo della regia irrompe poco in campo, l’occhio dall’alto è dominante. Occorre capire bene, scoprire i gesti, i personaggi di un set ancora in costruzione.
Inizia il secondo tempo, le squadre sono ancora sullo zero a zero. Lo sguardo della regia si fa più complesso, indugia di più sui personaggi del match che iniziano a prendere corpo a “diventare” tali. A partire da Perez, il portiere messicano, goffo, insicuro, strano. Dopo una respinta poco ortodossa, la telecamera lo inquadra di spalle (e di tre-quarti): è solo, di fronte alla sua area, è piccolo, molto piccolo (effetto della ripresa grandangolare, ma anche dei suoi 174 cm, almeno 10-15 sotto la media attuale dei portieri); le maglie della rete (la telecamera è posizionata dietro la sua porta) ritagliano un’inquadratura all’interno dell’inquadratura, isolando artificialmente la sua figura, rendendolo un corpo simbolico, astratto, immobile. Primo scarto, primo personaggio, prima decisione dello sguardo della regia.
Da qui qualcosa cambia. L’inquadratura ritornerà ancora. La partita, anzitutto, è cambiata: il Sudafrica ha segnato un gol magnifico, il découpage si fa più nervoso; spesso le telecamere a bordo campo irrompono come non avevano mai fatto nel primo tempo, mostrando la frenesia crescente della partita e dello sguardo che ce la sta consegnando.
Triangolazioni, lanci fulminei, trame spezzate e continue. Le squadre si allungano, il ritmo si fa più intenso.
Ancora quell’inquadratura si diceva. Questa volta, però, non è l’immobilità astratta (quasi comica) del portiere messicano a diventare forma, ma è lo scatto e la mobilità impossibile di Khune, il  portiere del Sudafrica ad occupare l’immagine. Khune che, con una parata formidabile, salva la sua porta da una conclusione potente e angolata di Geovani Dos Santos, l’ex enfant prodige del Barça di Rijkard.
Ancora una volta l’inquadratura è di spalle, con l’occhio della telecamera che penetra le maglie della rete. Ma tutto è ora diverso. Sì, perché le immagini, apparentemente identiche, rivelano invece la doppia immagine del portiere – il giocatore “estremo” in tutti i sensi, anomalia di un ruolo particolare – sono cioè in grado di lavorare sul duplice registro dei suoi gesti, esemplificati da Perez e da Khune: lo scatto improvviso, gesto atletico assoluto, e l’immobilità, simbolo astratto del calcio stesso. I personaggi sono creati e sono subito personaggi-simbolo, forme più che divi, gesti, più che corpi. 
Il Messico ha intanto pareggiato e, sempre accompagnati dal suono incessante delle “Vuvuzuelas” (ormai destinato ad essere il mantra ipnotico della World Cup africana), assistiamo alla fine della partita, prima sequenza del film en train de se faire dei mondiali 2010.
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