SUDAFRICA 2010 - I gufi di Livorno

A cena con i “toscanacci” per gufare Italia. Come quattro anni fa, anche quest'anno a Livorno, all'enoteca della Fortezza Vecchia, con acciughe, triglie e farro di mare. Ma il calcio di oggi, dove il piccolo schermo impera, e i bonari gufi sono ormai chimere, sembra avvicinarsi prepotentemente al cinema di genere, sempre meno cinema del soggetto e sempre più macchina ridondante, tra le assordanti vuvuzelas, non riuscendo neanche a riattivarsi celebrando la propria morte

vuvuzelasA cena con i “toscanacci” per gufare Italia. Come quattro anni fa, anche quest'anno a Livorno, all'enoteca della Fortezza Vecchia, sono andati in scena i gufi "anti Lippi". Patron dell'iniziativa è Fabiano Freschi, gestore, insieme alla famiglia, della trattoria "Da Undici", sotto il Mastio di Matilde. Le parole di Fabiano: “A dire il vero, più che contro gli azzurri, la nostra gufata è contro Lippi. Io penso che abbia lasciato a casa fior di campioni, come Cassano e Balotelli, per motivi suoi personali, e soprattutto che pensi più a sé stesso che alla nazionale. Insomma, alla fine ho deciso di riunire a cena diversi amici per la gufata di gruppo...”. Acciughe alla povera, triglie, farro di mare e altre delizie, il tutto innaffiato da ottimi vini bianchi. Ma chi può accedervi? Continua Fabiano: “La cena dei gufi è aperta a tutti e oltretutto ad un prezzo abbastanza basso, dai 20 ai 25 euro a seconda dei vini scelti. “Alla fine noi non ce l'abbiamo proprio contro gli azzurri. Tant'è vero che lo scorso mondiale - conclude Fabiano - dopo aver tifato contro per tutta la fase iniziale, alla fine non abbiamo potuto fare a meno di tifare Italia come tutti e festeggiare la vittoria”. Goliardia, allora, niente di serio, o magari semplice scaramanzia, un po' di paura ad esporsi e forse semplice ricerca di anticonformismo. Proprio come il nostro CT della nazionale che non mette in campo il miglior giocatore della rosa, dal punto di vista tecnico, in più capocannoniere del campionato italiano appena concluso, Di Natale. Chiede però ad un centrocampista di piazzarsi tra le linee dell'attacco a tre e di metà campo a 2, snaturando il classico e collaudato 4-4-2, l'unico modulo, convertito a volte in 4-3-1-2, che sappiamo gestire senza patemi. Numeri senza senso ovviamente, ma che risuonano in testa in questi giorni come le terrificanti “vuvuzelas” che senza intervallo, sembrano trasformare i catini del calcio in circuiti chiusi e ipnotici. È come entrare in trance e quel rumore di fondo accompagna l'emozionalità: si avverte grande gioia, ma qualche volta le emozioni dominanti sono rabbia, paura o tristezza. Un po' come dopo una memorabile ubriacata. È vivere una riduzione delle possibilità comportamentali dove non solo si impara a comportarsi durante la trance, ma perfino ad entrarvi. Ecco che i nostri calciatori hanno imparato bene il rosario a memoria, quello dell'inno nazionale e sembravano perfettamente indottrinati su quali parole porre vuvuzelasl'accento in modo particolare: che schiava di Roma (ladrona, no...). Radio Padania ci sperava. La trance era solo illusoria, in realtà solo noi ci entriamo e troviamo complicato uscirne. A poco a poco, si sono rimessi in campo nella collocazione tattica a noi nazione più congeniale, senza dare troppo nell'occhio, bleffando quanto basta. Come dei bigotti del calcio, che sanno di vivere con il calcio l'ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. Rito nel fondo, anche se evasione. Anche la messa è in declino, ma il calcio no. Il calcio ha sostituito teatro e cinema, rimodellato le immagini del dettaglio, coacervo di emozioni e passioni, magari cercando ancora l'istantanea della sindone: “Portiere caduta alla difesa / ultima vana, contro terra cela / la faccia, a non vedere l'amara luce” (Umberto Saba). Ma il calcio di oggi, dove il piccolo schermo impera, e i bonari gufi sono ormai chimere, sembra avvicinarsi prepotentemente al cinema di genere, sempre meno cinema del soggetto e sempre più macchina ridondante, tra le assordanti vuvuzelas, non riuscendo neanche a riattivarsi celebrando la propria morte.

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