SUDAFRICA 2010 - Di noia, sorrisi e melodrammi
Le prime immagini di questo mondiale sono tenui, sfocate, quasi delle prove tecniche di trasmissione, in cui gli attori sono ancora guardinghi, timorosi. I corpi danzanti, i corpi epici e gloriosi, il pathos promessi dalle coreografie della cerimonia d’apertura sono ancora lontani, così come è ancora lontana ogni eccedenza, ogni fuori programma, scarto, ripresa non controllata nel mondiale più filmato della storia. Eppure alcune tracce (di un eccedere) si lasciano, per ora, intravedere.
I titoli di testa – le cui immagini sembravano promettere un mondiale che fosse anche un elogio del corpo danzante, dello spettacolo “totale” del calcio – sono ormai alle spalle; le prime sequenze del film-mondiale sudafricano si susseguono l’una all’altra senza particolari sussulti del cuore. Sono immagini tenui, sfocate, quasi delle prove tecniche di trasmissione, in cui gli attori sono ancora guardinghi, timorosi. I corpi danzanti, i corpi epici e gloriosi, il pathos promessi dalle coreografie della cerimonia d’apertura sono ancora lontani, così come è ancora lontana ogni eccedenza, ogni fuori programma, scarto, ripresa non controllata nel mondiale più filmato della storia. Eppure. Eppure alcune tracce ci sono, si lasciano intravedere. Tracce di qualcosa che oltrepassa il controllo di una regia standardizzata e di una uniformità dei gesti atletici e del modo di giocare le partite come i moduli delle squadre sinora scese in campo.
Tracce
Prima traccia (in negativo): La noia che avvolge Olanda-Danimarca e che spinge la regia a concentrarsi sul dettaglio di un uccellino che si posa ad un certo punto sul campo, piuttosto che sulla soporifera partita.
Seconda traccia (più sostanziosa): i corpi hanno ancora vita. in Argentina-Nigeria, mentre una telecamera compie il consueto rituale della carrellata laterale sulla panchina prima della partita (a presentare i vari componenti del “banco” argentino), uno dei volti non si espone alle regole del gioco, non fa finta di guardare altrove, non cerca di rimuovere la presenza della telecamera, anzi: la fissa. Guarda di fronte a sé (guarda noi che la guardiamo) e sorride (ci sorride): un sorriso tenero e sornione insieme, quello di Diego Armando Maradona. El pibe de oro è tornato, ed è ancora una volta inassimilabile alle logiche del calcio/mercato; corpo eccedente, quello maradoniano, corpo che è già da sempre cinematografico.
Il ritorno di un genere
Terza traccia (di un genere). Qualcosa mancava ancora all’appello nelle immagini dei mondiali, ed era la componente melodrammatica (in senso puramente cinematografico) del calcio, la partita vista come accesso radicale ed estremo all’emozione e al sentimento vissuti senza limiti, come lotta e dolore, sofferenza e disperazione. Il melodramma è stato il “genere” per eccellenza del cinema italiano nel periodo del muto. Bandito poi successivamente dai nuovi codici del cinema fascista, il genere non è mai completamente scomparso, caratterizzato da improvvisi ritorni, tracce nascoste a volte nei luoghi più impensati (soap, fotoromanzi), finanche nelle partite della nazionale italiana. Ed è infatti alla nazionale di Lippi che va il merito di aver inaugurato il genere nei mondiali sudafricani. Piccole tracce Pioveva a Città del Capo, scenario ideale per le prove tecniche di melodramma che vanno in scena durante la Partita Italia-Paraguay. Ci sono tutti gli ingredienti: il gol subito, lo sconcerto, l’attacco che non funziona, la pioggia che aumenta d’intensità, l’infortunio di Buffon. Ed ecco che lo sguardo delle telecamere se ne accorge e i primi piani aumentano, i dettagli della partita si moltiplicano. È in gioco il teatro delle espressioni, dei gesti, delle facce contratte, disperate, tese dei giocatori italiani, fino alla corsa liberatoria e catartica di De Rossi al gol del pareggio. È ancora troppo poco per fare di questa partita un esempio, ma sono, queste le tracce di qualcosa che, nella calma piatta che attraversa queste prime partite, si ascia intravedere come turbamento dell’immagine. Il film continua.
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