SUDAFRICA 2010 - Es la alegría del pueblo (intorno a Diego Maradona)


Diego è così il fanciullo nietzschiano (e di sicuro Nietzsche, se avesse potuto vederlo, avrebbe colto nella sua danza festante, e non nel freddo Wagner, il luogo in cui l’hybris dionisiaca si veste, acquisisce forma), una ruota ruotante da sola. Un sacro dir di sì. Diego è il gesto birichino di sfida assoluta. Umana troppo umana, e per questo inutile. Ma nello spazio del suo realizzarsi, salvifica.

 

maradonaPetto all’infuori, come sempre, consueta tuta adidas nera con le immancabili righe celesti de la selección, passo un po’ malconcio…ma lo stesso magnetismo di una volta. Così Diego pesta per la prima volta il prato impeccabile del Ellis Park di Johannesburg. Sul volto, la tensione – appena dissimulata dietro i baci e gli abbracci lanciati al piccolo Benjamin e alle figlie che urlano il suo nome dalle tribune – e l’attesa. Un’attesa lunga 16 anni; il tempo che è passato da quell’ultima partita di Diego con la maglia de la selección – sempre contro la Nigeria – nei Mondiali Usa ’94. Da allora, la malattia, la quasi morte, la rinascita e di nuovo la morte; e di nuovo la rinascita. Eventi che hanno lasciato il segno su un corpo che si trascina quasi con fierezza i maltrattamenti e gli eccessi, le scombussolate espansioni e i soffocanti prosciugamenti.
Eppure, gli occhi sono sempre quelli pieni di sogno del pibe, di quel pibe che intervistato dalle telecamere nella pausa di una partita durante la quale era chiamato ad esorcizzare la tensione del pubblico con i suoi infiniti palleggi, rispondeva con timida fermezza: il mio sogno è giocare un giorno con la maglia de la selección. Sogno realizzato. Quella maglia se l’è dipinta addosso il giorno che fece vedere agli inglesi che non solo le Malvinas sono argentine, ma che il mondo intero si tingeva di celeste e bianco. Quel giorno el pibe de Villa Fiorito diventava per sempre “aquilone cosmico”, sceso da una galassia sconosciuta a dribblare e burlare un intero impero in un’inarrestabile e deliziosa corsa col pallone.
maradonaDiego è questa poesia in bianco e nero srotolata su un tappeto verde, per i cuori argentini. E ogniqualvolta il suo sinistro accarezza il pallone le geometrie calcistiche si sciolgono, e la palla è puro gioco, innocenza, oblio. Diego è così il fanciullo nietzschiano (e di sicuro Nietzsche, se avesse potuto vederlo, avrebbe colto nella sua danza festante, e non nel freddo Wagner, il luogo in cui l’universale si realizza nel particolare, il luogo in cui l’hybris dionisiaca si veste, acquisisce forma), una ruota ruotante da sola. Un sacro dir di sì. Diego è il gesto birichino di sfida assoluta. Umana troppo umana, e per questo inutile. Ma nello spazio del suo realizzarsi, salvifica.
           
I giocatori sono pronti. Muovono i muscoli tesi e attendono saltellando che il quarto uomo dia loro il permesso di percorrere il tunnel ed entrare finalmente in campo. Dietro la fila Diego, serio e teso, con un completo lucido color grigio marrone. Dirà più tardi che si è tolto la tuta perché l’aveva promesso alla figlia.
La palla inizia a correre. La nazionale argentina, come spesso le è capitato durante le eliminatorie mondiali, parte all’arrembaggio e sembra inarrestabile. In pochi minuti colleziona diverse occasioni da rete; prima una percussione di Messi che dopo aver superato cinque birilli verdi, dal fondo appoggia per Higuaín che tutto solo davanti alla porta manda il pallone fuori. Poco dopo, ancora Messi, che dopo aver triangolato nello stretto con Tevez incrocia il pallone di interno sinistro, ma il portiere della Nigeria in volo devia in calcio d’angolo. Al sesto minuto arriva il vantaggio, Heinze di testa – in palomita – manda all’incrocio dei Maradonapali un pallone servitogli da Verón da calcio d’angolo. I primi venti minuti la nazionale nigeriana sembra agnello portato al sacrificio, i movimenti fulminanti di Messi, le triangolazioni con Tévez e Higuaín, i recuperi costanti di Mascherano…non riescono a prendere le misure e sembrano in balia dei giocatori argentini. Ma poi l’Argentina inizia a sfilacciarsi, mostra di non saper gestire con calma il possesso palla, perché i movimenti dei giocatori sono lenti e tutti vogliono la palla sui piedi, nessuno si muove senza palla e per i giocatori nigeriani, tutti dietro la linea del pallone, diventa più facile la marcatura. Così si riorganizzano, prendono coraggio e alla fine creeranno più di un apprensione alla albiceleste. E a Diego che ad ogni gol mancato dei suoi ragazzi impreca con tutte le sue forze e gira più volte su se stesso, quasi il suo intero corpo si ribellasse alla sfortuna e alla mancanza di punteria dei suoi giocatori.
A fatica riesce a stare nel rettangolo concesso al corpo tecnico. Vorrebbe entrare in campo, quantomeno andare a calciare le punizioni, ma si consola alzando la palla en sombrerito ogni qualvolta il pallone va in out.
L’Argentina soffre, e rischia; ma vince. E Diego corre a centro campo ad abbracciare teneramente i suoi giocatori, se li spupazza, li stringe, li sculaccia. Il volto, ora più disteso, è sempre quello pieno di sogno del pibe che ha vinto il primo trofeo di un torneo di periferia e che sogna di giocare un giorno con la maglia de la selección. Il volto di chi ha ricevuto il suo primo pallone. Chiama tutti e si riporta l’intera squadra negli spogliatoi.

Sandra Palermo

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