SUDAFRICA 2010 - "Sorpreson" o della caduta degli Dei
Una partita già scritta è come un film già visto: ogni tanto, quando meno te lo aspetti, succede quel qualcosa che cambia gli orizzonti per sempre. Merito di un regista, pardon, di un tecnico a cui prima o poi si dovranno rendere i giusti meriti…
“Sorpreson” hanno titolato i presuntuosi giornali spagnoli, degni rappresentanti di quella che probabilmente è la nazione più machista e presuntuosa d’Europa. Su TeleCinco, dove alla proverbiale protervia iberica va aggiunta quella proveniente dal principale finanziatore (neanche a dirlo, è quella di Berlusconi), i telecronisti che commentavano la partita Spagna-Svizzera hanno bellamente ammesso durante il match di aver scommesso sul 5-0 come risultato finale. Lo sappiamo tutti come è andata a finire. Eppure, gli sarebbe bastato vedere chi sedesse sulla panchina di quella Svizzera tacciata di pippaggine per capire che stavolta a metter gli ingrati panni del toro nella corrida potevano esser proprio loro.La storia del calcio, come tutte le storie, è strana, particolare, per non dire ingiusta. Forse questo Mondiale potrebbe aiutare allora a riscrivere, almeno in parte, la storia e dare i giusti meriti a Ottmar Hitzfeld, tecnico tedesco vincitore, ben prima di Mourinho, di due Champions con due club diversi (Borussia Dortmund e Bayern Monaco). “Der General” come è stato definito per certi suoi modi non certo gentili non possiede senza dubbio la classe mediatica di Josè Mourinho, autodefinitosi “The Special One”, eppure è un tecnico che ha vinto come l’allenatore portoghese, forse di più: 3 Coppe di Svizzera, 1 Supercoppa di Svizzera, 2
Campionati Svizzeri, 7 volte Campione di Germania, 2 Supercoppe e 7 tra Coppe di Lega e Coppe di Germania, 2 Champions League e una Coppa Intercontinentale. Si dirà che il “peso” dei campionati non è lo stesso, probabilmente, ma anche che un conto è vincere (in parte) con i soldi di Abramovich e Moratti e un altro conto è vincere con due buone squadra ma senza “petroldollari” alle spalle. Comunque sia, la storia, dicevamo, non ha mai concesso i giusti tributi a questo allenatore scorbutico che certo non si è mai saputo vendere bene, altrimenti ora allenerebbe ben altre squadre. E invece, eccolo lì, accigliato e incupito come al solito, alle prese con una squadra piena di infortunati (Marco Streller si è rotto prima di partire, Berhami subito dopo…) che praticamente non ha attaccanti (Frei, l’unico degno di questo nome, è alla prese con un piccolo infortunio; poi c’è Nkufo gigante prestato dal basket e il giovane talentuoso ma ancora inesperto Derdiyok) giocare il proprio onesto calcio contro La squadra, quella che in pratica ha già vinto il Mondiale e che ha attaccanti che portano i nomi di David Villa e Fernando Torres. Gli spagnoli sono talmente convinti di essere a fare una passeggiata che nemmeno rischiano El Niño, reduce da un’operazione dopo la travagliata stagione con il Liverpool. Hitzfeld neanche ci deve aver fatto caso a questa mancanza di rispetto, concentrato com’è nel ripetersi in testa i movimenti dei suoi giocatori (Huggel e Inler a far da doppio schermo davanti alla difesa, con il secondo pronto anche ad impostare, Barnetta primo rifinitore ma anche il primo a pressare sul possesso di palla spagnolo, Ziegler e Lichsteiner in pratica fanno continuamente la spola col centrocampo, e uno alla volta addirittura tenta anche l’affondo in attacco). La partita è tutto quello che doveva essere, e non è stato. La Spagna ha in mano il pallino del gioco, arriva con il suo ticchete e tacchete al limite dell’area di rigore per sbattere contro il roccioso Grichting che non fa passare nemmeno una mosca, e quando qualcuno
riesce a passare ci pensa Benaglio (uno dei migliori portieri europei ma non da oggi, sono anni: è uno di quei giocatori che deve avere come procuratore il fratello imbecille, altrimenti non si spiega…). Pian piano la partita sembra scivolare via verso quei film dove tutto ti fa pensare che si arrivi a una determinata conclusione e che l’unica cosa che rimane di segreto sarà il come: come materà la Spagna la povera mucca svizzera? Ma qui non siamo in un romanzo di Agathe Christie, qui non c’è da vedere come moriranno i dieci piccoli indani. Hitzfeld sa che gli spagnoli se non segnano subito cominciano ad innervosirsi. Cosa che puntualmente avviene, ed è lì che esce il grande tecnico. Lentamente come un fiore che sboccia la Svizzera esce dal letargo, prende campo, riparte in contropiedi fulminei. Arriva il gol, lo segna uno dei tanti emigranti di questa nazionale cosmopolita, il capoverdiano Gelson Fernandes. Hitzfeld prende una borraccia e beve un sorso. Chiude appena un poco gli occhi. Probabilmente pensa a quali movimenti chiedere ora ai propri giocatori. Sì, infatti è così: dopo i cambi spagnoli abbassa l’autore del gol a dare una mano a Ziegler che è in difficoltà col funambolo Jesus Navas, mentre dall’altra parte ordina a Lichsteiner di alzarsi per costringere Capdevila a rimanere più basso. Nonostante i disperati tentativi spagnoli, ma le ripartenza svizzere non mancano (in una di queste ci scappa anche il palo..), la partita si chiude così. E giù tutti i peana sulla sconfitta della Spagna (“Con chi ha perso?” “Ma come ha fatto a perdere?”) e nessuno che si preoccupa di quell’uomo che stavolta sì, evviva, sorride e abbraccia i suoi. Un altro giorno di una gloria che per Ottmar Hitzfeld sembra non arrivare mai. Ma lui non sembra curarsene affatto…
Campionati Svizzeri, 7 volte Campione di Germania, 2 Supercoppe e 7 tra Coppe di Lega e Coppe di Germania, 2 Champions League e una Coppa Intercontinentale. Si dirà che il “peso” dei campionati non è lo stesso, probabilmente, ma anche che un conto è vincere (in parte) con i soldi di Abramovich e Moratti e un altro conto è vincere con due buone squadra ma senza “petroldollari” alle spalle. Comunque sia, la storia, dicevamo, non ha mai concesso i giusti tributi a questo allenatore scorbutico che certo non si è mai saputo vendere bene, altrimenti ora allenerebbe ben altre squadre. E invece, eccolo lì, accigliato e incupito come al solito, alle prese con una squadra piena di infortunati (Marco Streller si è rotto prima di partire, Berhami subito dopo…) che praticamente non ha attaccanti (Frei, l’unico degno di questo nome, è alla prese con un piccolo infortunio; poi c’è Nkufo gigante prestato dal basket e il giovane talentuoso ma ancora inesperto Derdiyok) giocare il proprio onesto calcio contro La squadra, quella che in pratica ha già vinto il Mondiale e che ha attaccanti che portano i nomi di David Villa e Fernando Torres. Gli spagnoli sono talmente convinti di essere a fare una passeggiata che nemmeno rischiano El Niño, reduce da un’operazione dopo la travagliata stagione con il Liverpool. Hitzfeld neanche ci deve aver fatto caso a questa mancanza di rispetto, concentrato com’è nel ripetersi in testa i movimenti dei suoi giocatori (Huggel e Inler a far da doppio schermo davanti alla difesa, con il secondo pronto anche ad impostare, Barnetta primo rifinitore ma anche il primo a pressare sul possesso di palla spagnolo, Ziegler e Lichsteiner in pratica fanno continuamente la spola col centrocampo, e uno alla volta addirittura tenta anche l’affondo in attacco). La partita è tutto quello che doveva essere, e non è stato. La Spagna ha in mano il pallino del gioco, arriva con il suo ticchete e tacchete al limite dell’area di rigore per sbattere contro il roccioso Grichting che non fa passare nemmeno una mosca, e quando qualcuno
riesce a passare ci pensa Benaglio (uno dei migliori portieri europei ma non da oggi, sono anni: è uno di quei giocatori che deve avere come procuratore il fratello imbecille, altrimenti non si spiega…). Pian piano la partita sembra scivolare via verso quei film dove tutto ti fa pensare che si arrivi a una determinata conclusione e che l’unica cosa che rimane di segreto sarà il come: come materà la Spagna la povera mucca svizzera? Ma qui non siamo in un romanzo di Agathe Christie, qui non c’è da vedere come moriranno i dieci piccoli indani. Hitzfeld sa che gli spagnoli se non segnano subito cominciano ad innervosirsi. Cosa che puntualmente avviene, ed è lì che esce il grande tecnico. Lentamente come un fiore che sboccia la Svizzera esce dal letargo, prende campo, riparte in contropiedi fulminei. Arriva il gol, lo segna uno dei tanti emigranti di questa nazionale cosmopolita, il capoverdiano Gelson Fernandes. Hitzfeld prende una borraccia e beve un sorso. Chiude appena un poco gli occhi. Probabilmente pensa a quali movimenti chiedere ora ai propri giocatori. Sì, infatti è così: dopo i cambi spagnoli abbassa l’autore del gol a dare una mano a Ziegler che è in difficoltà col funambolo Jesus Navas, mentre dall’altra parte ordina a Lichsteiner di alzarsi per costringere Capdevila a rimanere più basso. Nonostante i disperati tentativi spagnoli, ma le ripartenza svizzere non mancano (in una di queste ci scappa anche il palo..), la partita si chiude così. E giù tutti i peana sulla sconfitta della Spagna (“Con chi ha perso?” “Ma come ha fatto a perdere?”) e nessuno che si preoccupa di quell’uomo che stavolta sì, evviva, sorride e abbraccia i suoi. Un altro giorno di una gloria che per Ottmar Hitzfeld sembra non arrivare mai. Ma lui non sembra curarsene affatto…
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