SUDAFRICA 2010 - James Green
James il nero, ha sostituito Green il bianco, tra i pali dell'Inghilterra. Ma James Green potrebbe essere un eroe evocativo, un simbolo contro l'apartheid, l'arma in più delle società multietniche, come la grande delusione Francia o la grande speranza Sudafrica, con quella magnifica prima scena di Invictus di Clint Eastwood: una squadra di bianchi di rugby su un campo verde smeraldo, poi la macchina panoramica dall'altra parte della strada dove su un campetto polveroso ragazzini neri corrono dietro un approssimativo pallone
Nero e bianco come i due portieri della nazionale inglese. James il nero, ha sostituito Green il bianco, dopo la papera della prima partita. James in realtà è stata l'unica modifica apportata all'assetto tattico della squadra che si muove ancora in un grigiore di idee e speranze. Troppo carica di responsabilità per una vittoria al mondiale che non arriva da 44 anni, troppo chiusa in rigidi schemi che l'allenatore Capello ha impartito con severa professionalità. Siamo alle solite: ma il ct della nazionale deve fare l'allenatore o deve limitarsi a coprire un ruolo di selezionatore, capace nei momenti topici della competizione di fare gruppo, adattarsi all'avversario, chiamare in battaglia i giocatori più in forma del momento e non necessariamente i più bravi? Ma James Green sarebbe un eroe evocativo, un simbolo contro l'apartheid, l'arma in più delle società multietniche, come la grande delusione Francia o la grande speranza Sudafrica. Viene da pensare, e poi da preoccuparsi, al pensiero che in Francia, nonostante il drammatico responso del campo, nonostante rigurgiti nazionalisti, rivolte parigine, stanchezza dei fuoriclasse, scioperi interni, continuino a nascere e a prolificarsi tanti piccoli Henry, antilopi nere, imprendibili e devastanti come le più belle e ammalianti sirene del calcio moderno. Come in Sudafrica. Torna alla memoria la magnifica prima scena di Invictus di Clint Eastwood: una squadra di bianchi di rugby su un campo verde smeraldo, poi la macchina panoramica dall'altra parte della strada dove su un campetto polveroso ragazzini neri corrono dietro un approssimativo pallone. O la scena in cui, quella folata di vento solleva in aria la polvere e la cenere di un incontro di calcio, a Robben Island, tra detenuti politici, capaci di organizzare un campionato di calcio con Mandela e Jacob Zuma, attuale Presidente del Sudafrica. Fuga per la vittoria di un popolo e nostalgia di quelle squadre nere di una volta, che si divertivano a giocare, tralasciando tatticismi esasperati volti a ingabbiare l'istinto di una risata, di una pedata involontaria, di un'incosciente genialata. E l’Italia? L’Italia del calcio sembra, ancora una volta, lo specchio fedele di una società divisa in due: una che vorrebbe ma non può, l’altra che potrebbe ma non vuole. L’Italia del calcio avrebbe bisogno di una legge contraria alla Bossi/Fini capace negli anni solo di alimentare la clandestinità e con essa favorire naturalmente le organizzazioni criminali, quelle addette alla selezione di
frontiera: almeno facessero dare un calcio al pallone, così come possibile discriminante. Ci manca probabilmente quella propulsione speciale che scorre in altre vene, al di la del mediterraneo e delle terre dei nostri emigranti. I vivai dovrebbero arricchirsi di scattisti naturali che brucino l’erba e anche di mezzofondisti dalla corsa monotonamente elevata. Siamo energici ed anche probabilmente sufficientemente rudi, agonisticamente parlando. Argentini e uruguaiani, di origine italiana, in un lontano passato hanno determinato lo spostamento dell’asse calcistico mondiale dal Rio della Plata al Po e al Naviglio, ma non è bastato per capire che per essere competitivi non è più sufficiente aprirsi al gioco fondato mirabilmente su prerogative atletiche danubiane con lo stile e il brio dei sudamericani. Inoltre, questo spiccato realismo degli italiani a proteggere le difese, potenti agili, e flessibili, per poi ripartire in contropiede, potrebbe un giorno subire un duro risveglio e trovarsi sommerso da tanti piccoli neri, barbari conquistatori, dal sorriso splendente e dalle lunghe, scultoree e potenti leve. L’Italia multietnica ancora non esiste, ma non bisogna disperare, la nazionale di calcio da anni ha imboccato la strada giusta per diventare terra dei lavoratori modesti, degli sfruttati, mal pagati e a fine carriera. Insomma quel che ci vuole per aprire definitivamente allo straniero del dribbling e della corsa, della forza atletica e dell’umiltà. Come Balotelli, unico giovane fenomeno del nostro campionato, che però dell'umiltà conosce solo dove va l'accento. L'eccezione, la Spagna, che ha lavorato da anni con la scuola, partendo dalle giovanili, investendo in mirabili progetti a lungo termine, credendo fino in fondo nella formazione. In Italia (e non solo) invece si taglia o si mandano giovani calciatori di belle speranze allo sbaraglio, contraffacendo anche l'età e speculare sul loro futuro. Forse il senso di tutto questo, è anche un uomo solo a centrocampo, l'allenatore nel pallone Domenech, attore/autore della sua disfatta, che lascia negli spogliatoi i suoi uomini in balia dell'ultima partita, per inchiodarsi in mezzo al campo, ammirando i tifosi sugli spalti o forse perdendosi con lo sguardo, oltre la solitudine nel mare magno di quel luogo di transito e di caos in cui tutti si dimenano e a volte boccheggiano.
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