SUDAFRICA 2010 - Italiani brava gente... o Sulla fine del mondo
Il fallimento dell’Italia di Lippi, con le sue fragilità strutturali, psicologiche, tecniche, persino ontologiche (mai vista una nazionale italiana così incapace di difendersi e allo stesso tempo attaccare, di leggere con un minimo di esperienza l’evento-partita, di ricorrere a quelle astuzie multiformi e “mescolate” che per quasi un secolo hanno costruito la nostra identità calcistica, perfetta sintesi di stravaganza sudamericana e concretezza nordeuropea) incarna una perdita di identità che non è troppo dissimile da quella che attanaglia (da tempo) il cinema italiano
Ci abbiamo messo un po’ per scrivere dell’Italia in questo nostro speciale. E allo stesso tempo ce la siamo presa comoda. Come se avessimo sempre saputo che scrivere dopo la prima partita contro il Paraguay (certamente la migliore di un mondiale dove le birre bevute dal sottoscritto davanti alla Tv durante le partite degli azzurri, si sono costantemente rivelate superiori ai tiri in porta dell’Italia alle porte avversarie, e confesso che la birra non è il mio forte!) non sarebbe stato troppo diverso che farlo dopo quella contro la Nuova Zelanda o, appunto, la Slovacchia, da ieri diventata la nuova Waterloo della nostra onorevole storia calcistica. Del resto, prima della disfatta slovacca, c’era già stato un momento, nella seconda partita con la Nuova Zelanda finita 1-1, per certi versi illuminante: sul punto di assistere al rigore del pareggio battuto da Iaquinta, era clamorosamente evidente rilevare come la regia televisiva cercasse in tutti i modi di replicare, come fosse un esorcismo last minute, le soluzioni western “alla Sergio Leone” (già impeccabilmente analizzate da Daniele Dottorini) del rigore vincente di Totti contro l’Australia nel 2006. Il primo piano insistito sul volto del calciatore romano, con il suo dettaglio dello sguardo fisso su pallone e portiere, entrati di diritto nell'immaginario collettivo degli sportivi italiani in questi ultimi quattro anni, parevano subire un tentativo di “clonazione” da parte dei tecnici a bordo campo e degli interpreti dell'azione. Una copia sbiadita, insicura proprio perchè letterale. Un remake andato a male. Un modo di fondere non solo cinema e calcio, ma emozioni e immaginario, scaramanzia e progettualità, la speranza di un successo contro il terrore di non esserne all'altezza.
Mai come stavolta il calcio e il cinema italiano suggeriscono prospettive funeree, andando a braccetto come una coppia che rimane insieme per noia o perchè “si accontenta”. Il fallimento logico dell’Italia di Lippi, con le sue fragilità strutturali, psicologiche, tecniche, persino ontologiche (mai vista una nazionale italiana così incapace di difendersi e allo stesso tempo attaccare, di leggere con un minimo di esperienza l’evento-partita, di ricorrere a quelle astuzie multiformi e “mescolate” che per quasi un secolo hanno costruito la nostra identità calcistica, perfetta sintesi di stravaganza sudamericana e concretezza nordeuropea) incarna una perdita di identità che non è troppo dissimile da quella che attanaglia (da tempo) il cinema italiano. Costantemente teso alla mitologia di una tradizione così impietosamente lontana e schiacciante, il nostro cinema da anni non riesce più a seguire una direzione all’altezza, una scuola e una generazione in grado di ripercorrere scenari esteticamente, culturalmente e anche commercialmente paragonabili a quelli dei grandi maestri del passato e dell’industria che li ha sorretti. L’ultima nazionale di Lippi, con la sua schiera di “bravi ragazzi”, di facchini ben educati e fedeli al gruppo, ma paradossalmente incapaci di fare semplicemente gli “italiani”, cioè di essere contemporaneamente attori, artisti, delinquenti e brava gente, è il segnale di un mondo che non sa più ri-conoscersi, né si dimostra capace mantenere un legame con il passato, forse perchè vissuto da figli troppo schiacciati dai padri, troppo perbene, troppo legati alla perfetta e fortunata formula dei modelli. Tempi di oscurantismo in cui fingere di “essere altro” non può più bastare per sentirsi bene. E' un'Italia, quella del Lippi bis, che potrebbe stare al calcio italiano, come il terribile cinema di Paolo Franchi sta a quello di Antonioni o Marra a quello di Petri – e certamente potremmo scomodare anche i più ambiziosi e celebrati Sorrentino e Garrone, se non fosse che allo stato attuale delle cose, i due trionfatori a Cannes 2008 incarnano meglio il ruolo dei fin troppo attesi “profeti” Cassano e Balotelli, ovvero delle fioche luci nel buio, dei giullari senza tiri in porta, dei ragazzacci che dopo un tipo al volo (o un Gran premio della Giuria), gettano la maglia a terra in cerca di gloria. Anche loro figli. Forse spaventati di essere soltanto brave persone. Per carità c'è ancora tempo. Basta sapere con chi abbiamo a che fare... e cominciare – perchè no? – a pensare alla fine del (nostro) mondo.
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