SUDAFRICA 2010 - Mutazioni e altre storie


Quella che viene operandosi in questo mondiale dei maxischermi dentro al campo, è una modifica della visione del gioco, una sostanziale rilettura dei punti di vista possibili “da dentro” il gioco.  Il gioco è lì, reale, tridimensionale, corporeo, ma contemporaneamente è anche nell’altra dimensione, quella dello spettatore.

Il calcio arte del "vedere"

Come si vede una partita di calcio, all’inizio del secondo decennio del XXI secolo? E’ una domanda che sembra porsi con forza, quasi d’incanto, di fronte alle mutazioni antropologiche che le tecnologie stanno apportando al “gioco più bello del mondo”.  E non parliamo, da finti sociologi, quelli come gli stewart con le spalle rivolte alla partita e lo sguardo verso le tribune, solo degli spettatori. Parliamo di tutti, soprattutto dei giocatori.

Il portiere sta per effettuare il rinvio dal fondo, la telecamera dal basso lo inquadra di spalle. Sullo sfondo un gigantesco schermo, appoggiato sulla tribuna in curva, rimanda l’immagine ingrandita del suo gesto. Il portiere calcia e, con la coda dell’occhio, non può non vedere lo sguardo “alle sue spalle” che mostra l’atto del suo calciare. Quanto la presenza di questi schermi giganti, piazzati dietro le porte, distraggono in qualche modo i giocatori? Anche solo per un attimo, un decimo di secondo fatale, se lo sguardo si fissa sullo schermo e non vede arrivare il pallone dalla direzione “reale” e non quella virtuale. Ecco spiegata, forse, la serie di innumerevoli errori dei portieri, ma anche di alcuni difensori. Se chi gioca può guardare davanti e, contemporaneamente, alle sue spalle, quanto cambia la dinamica della del gioco? Quanti livelli di attenzione differenti si accumulano sullo sguardo dei giocatori, inevitabilmente attratti, come tutti (basti osservare il pubblico ripreso, TUTTI dopo poco secondi si accorgono di essere ripresi e salutano alle telecamere) dalla riproducibilità della visione. E allora, più ancora della ripresa al ralenti degli errori arbitrali, biasimata dalla FIFA dopo gli “orrori” di Germania Inghilterra e Argentina Messico, che non fanno altro che esplicitare ciò che è chiaro da almeno 15 anni (che l’arbitro oggi è colui che ha meno strumenti di tutti per giudicare e qualunque spettatore è in grado di farlo meglio), quella che viene operandosi in questo mondiale dei maxischermi dentro al campo, è una modifica della visione del gioco, una sostanziale rilettura dei punti di vista possibili “da dentro” il gioco (a quando come in Formula 1 una telecamera piantata sulla fronte dell’arbitro o del guardalinee?).  Il gioco è lì, reale, tridimensionale, corporeo, ma contemporaneamente è anche nell’altra dimensione, quella dello spettatore. E’ solo un primo passo per dotare chi gioca degli strumenti sempre più sofisticati che lo spettatore, il vero “re dello spettacolo calcistico” oggi ha. Scelta delle inquadrature, 3D, statistiche, informazioni, in ogni momento possiamo avere gli score di tutti i calciatori in tempo reale (magnifico in tal senso il sito della FIFA), e sapere i passaggi sbagliati, i tiri effettuati, i falli commessi, i chilometri percorsi (e scoprire per esempio che la nostra nazionale, semplicemente, ha corso molto di meno della Slovacchia, nella partita che è costata l’eliminazione dal mondiale).
Insomma siamo di fronte ad un gioco dove, chi guarda, ha sempre più informazioni di chi gioca, di chi è sul campo. Ma l’intervento dei mezzi tecnologici nel campo possono cambiare radicalmente, nei prossimi anni, questo spettacolo vecchio quanto il cinema.
 
jabulani  

La palla è rotonda

Anche troppo. Altro refrain del mondiale sudafricano. Questo Jabulani, gioiello della tecnologia dell’Adidas, ha raccolto così tante critiche da “giustificare” gli innumerevoli errori commessi dai giocatori in questo torneo. Il motivo: è troppo sferico. Curioso che nel gioco dove la vecchia frase “la palla è rotonda” esemplificava la imprevedibilità del calcio, sia proprio l’eccessiva perfezione sferica a complicare la vita ai suoi interpreti. Perché un sfera troppo tonda va colpita perfettamente, ed ecco che solo alcuni riescono a farlo. Questo potrebbe spiegare, insieme ormai ad un tatticismo esasperato che omogeneizza i livelli, il fatto che la differenza la facciano i fuoriclasse, coloro che la palla la trattano con destrezza e genialità. Proprio quelli che il tecnico della nazionale italiana, anacronisticamente, ha deciso di non considerare. Ma questo è il mondiale di Messi, Cristiano Ronaldo, Kakà, Robinho, Muller, Robben, Schneider, Sanchez, Villa, Oezil, e di tutti i grandi talenti del calcio mondiale. Quando le tattiche si pareggiano nella partite a scacchi degli allenatori e degli schemi, sono le variabili impazzite del calcio a sovvertire le regole.

 

Giovinezza e Meelting pot

mesut_oezil E mentre Lippi lasciava a casa “gli stranieri” di vario tipo (da Balotelli l’italiano nero, a Thiago Motta e Amauri, fino a tutti coloro che giocano nei campionati stranieri) presentando la più vecchia Nazionale della storia, la Germania di Loew è un crogiuolo di razze diverse e di giovinezza, con tre attaccanti di 21, 22 e 25 anni… Ma sono i nomi dei tedeschi, che ci disegnano una “geografia calcistica” ormai inevitabilmente mutata: Sami KHEDIRA, Jerome BOATENG (il cui fratello gioca nella nazionale dell Ghana!), Dennis AOGO, Serdar TASCI, Piotr TROCHOWSKI, Lukas PODOLSKI, Mario GOMEZ, Mesut OEZIL, non sono certo dei nomi tipicamente germanici, ma sono tutti figli di immigrati di prima, seconda o terza generazione. Come la Francia alla fine degli anni Novanta, il calcio tedesco ha capito che la sua popolazione è ormai cambiata, e che i giovani talenti non sono più solo alti e biondi (come pure Thomas MUELLER) ma che provengono da tutte le componenti etniche dmaradonaella società.  Il risultato è una squadra giovane, dinamica e culturalmente (e fisicamente) multietnica, che è la grande forza che, da sempre caratterizza il calcio brasiliano.

 
Chi vincerà?
Per gli scommettitori tutto sembra dipendere da Germania -Argentina. E’ lì la chiave del mondiale secondo i bookmaker, che danno una delle due in finale, con il Brasile.
Può darsi. Ma non sottovaluterei mai la qualità di Uruguay, e Spagna. E anche l’Olanda, che non è più la squadra gioiosa e spettacolare degli anni settanta, ma un compagine ben organizzata e anche noiosa, con due fuoriclasse in grado di inventare il gol da un momento all’altro.
Insomma, arbitri permettendo, c’è ancora da giocare. Ma nulla riesce a toglierci dalla testa quell’immagine, che abbiamo dall’inizio del mondiale, di Maradona che solleva la coppa, ventiquattro anni dopo….
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