"Quo Vadis, Baby?", di Gabriele Salvatores
Gabriele Salvatores gira tutto in HD, a Bologna, senza mai alzare la macchina oltre i portici, oltre gli archi, restando molto vicino ai corpi, squarciando lo spazio o proiettandolo sempre più in basso, ad una distanza che presume umiltà, abbassamento, condivisione, accettazione, disponibilità, che scorpora ogni possibile connotazione storica.

"Per far nascere un fiore bisogna sotterrare il seme...". "La verità è una bugia che non è stata ancora svelata...". Gabriele Salvatores gira tutto in HD, a Bologna, senza mai alzare la macchina oltre i portici, oltre gli archi, restando molto vicino ai corpi, squarciando lo spazio o proiettandolo sempre più in basso, ad una distanza che presume umiltà, abbassamento, condivisione, accettazione, disponibilità, che scorpora ogni possibile connotazione storica. Quo vadis, baby? è il risultato di alcuni esperimenti (narrativi e tecnici) fatti in lavori precedenti e, al tempo stesso, una nuova partenza. È l'assenza del disimpegno normalmente funzionale ai generi poliziesco, noir, giallo, che a volte è invischiato come sguardo vagamente critico nei confronti della società o resta la voce del disincanto più totale. È la difficoltà (italiana?) di lasciarsi andare nel racconto, frammentando l'essenza della storia, mostrando la relazione tra la verità e l'esperienza visuale che sonda i limiti della sua traducibilità in racconto. Specie se il libro (scritto da Grazia Verasani), da cui è tratto l'omonimo film, basa la struttura narrativa sul metodo letterario quale il flusso di coscienza. Nella bottega dell'artista e del cultore di cinema (vedi l'omaggio a Fritz Lang e il titolo del film, celebre battuta di Marlon Brando ne L'ultimo tango a Parigi), tutto sembra sotto perfetto controllo. Si vive una storia che aspira ad essere senza tempo, che sfalsa gli eventi, ma che distingue pedissequamente il dipinto e la cornice. La cornice non è permeabile e non permette allo spettatore d'invadere il campo. Salvatores sostituisce il racconto della verità con quello alternativo dell'esibizione della verità, proprio quando la parola fine sembra essere imminente. È cinema che apparentemente lascia partecipare, facendoci arrivare alla realtà dei fatti semplicemente guardando all'interno del quadro. Un passo indietro dopo Io non ho paura, lavoro di stratificazione emotiva, visiva, narrativa che si oppone alla sostituzione, al superamento che disconosce il passato e lo sotterra per sempre. Una donna quarantenne, investigatrice privata, sente il bisogno d'indagare sulla morte della sorella, suicidatasi sedici anni prima in circostanze ancora non completamente chiare. All'improvviso si vede recapitare in casa delle videocassette della sorella su cui è registrato ogni istante della sua vita. Il sogno era quello di fare l'attrice e in un certo senso in quelle cassette c'erano le uniche scene da lei girate. Manca l'ultimo tragico atto, l'ultimo documento su nastro, rimasto nella videocamera, che il regista concede ai nostri occhi. Alla fine del capolavoro di Fritz Lang, Il mostro di Dusserdorf, l'epilogo sulla vita spezzata, su di un padre ormai diviso, morente, che incarna la dimensione simbolica del morire e non della morte del contemporaneo, eclissato al di la di figure ingombranti e occludenti. Il cinema si fa testimone oculare del malessere diffuso, della sostituzione del padre con il paterno dai contorni vaghi (ma invalicabili) e dalla flebile voce. L'atto d'amore verso il pubblico, che merita di conoscere come sono andate veramente le cose, giunge dopo un film con un altro film: riflessione sul cinema, sul linguaggio, sul concetto di soggettività e di sguardi montati, sull'attesa premiata dallo spasmodico desiderio di dominare l'autorità delle immagini.
Regia: Gabriele Salvatores
Interpreti: Angela Baraldi, Gigio Alberti, Claudia Zanella, Andrea Renzi, Elio Germano, Luigi Maria Burruano, Alessandra D'Elia
Distribuzione: Medusa
Durata: 102'
Origine: Italia, 2005
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