VENEZIA 62: "Seven Swords", di Tsui Hark

Apertura in gran spolvero per la Mostra con l'ultima fatica del regista di "Once Upon a Time in China", che per l'occasione realizza un wuxia dal forte sapore western, teso a elaborare il concetto di limite come elemento fondamentale per la comprensione e il raggiungimento della felicità

Scegliere di affidare a Tsui Hark l'apertura della 62ma Mostra del Cinema di Venezia non è un evento perché è un film asiatico a godere di tale "onore": tutt'altro, è un evento perché Seven Swords pone lo spettatore di fronte a un cinema che si situa a metà strada fra passato e presente, che mescola generi e linguaggi e apre squarci inediti nella nostra capacità di "vedere" le immagini sullo schermo. Come narrare anziché cosa è in effetti il fulcro di quest'epica avventura che si potrebbe banalmente considerare una sorta di versione wuxia dei Magnifici sette. Non del modello primario di Kurosawa (I sette samurai), ma proprio del western di Sturges. Perché, è questa la prima cosa che viene in mente, Seven Swords è un western che incidentalmente tocca le coordinate del wuxia.

D'altronde, che il genere del "cappa e spada" stia al cinema asiatico come quello del Lontano Ovest sta alla produzione hollywoodiana non è una novità e potremmo agilmente pensare che Tsui Hark non fa altro che ribadirlo, riportando "a casa" (in Asia) l'idea dei sette guerrieri invincibili che devono aiutare la gente in difficoltà. Ma c'è di più (come sempre in Hark): c'è un continuo lavorare sul concetto di limite, sul superamento di un divieto o meglio sullo scendere a patti con una condizione di costrizione. Così non sorprende notare come, pur prendendosi quasi tre ore di tempo, la narrazione risulti incompleta, non si approfondiscano tutti i caratteri e i differenti stili di vita e di lotta dei Sette; allo stesso tempo i combattimenti, sebbene elaboratissimi, sono ripresi con inquadrature molto strette, è un continuo alternarsi di dettagli che non fanno comprendere appieno cosa accade, ma pure non minano un'idea generale di movimento che produce l'affabulazione e la fascinazione.

Tsui Hark dimostra dunque di avere bene in mente ciò che vuole, di sapere conferire all'insieme una compattezza e una coerenza stilistica sconosciuta ai cineasti americani che pure copiano questo modo di riprendere le lotte "confuso" (e ripensiamo a Batman Begins). Tutto è dunque una questione di spazi, piuttosto che di eventi o personaggi, come accade non a caso proprio nel western. Perciò il film ritrova poi la sua libertà nello splendido scontro finale fra il "cattivo" Vento di Fuoco e l'eroe Chu Zaonan, per il possesso della spada Drago. In questo caso la battaglia avviene in uno spazio ristretto, fra due mura solide, che vengono attraversate dalle lame descrivendo geometrie insolite nella pietra, come a voler spaccare ciò che costringe in quella condizione di prigionia. Per la prima volta la coreografia ci appare chiara, in perfetta controtendenza alle battaglie iniziali, ambientate in spazi aperti, ma più "costrette" dallo spazio limitato delle inquadrature. E allora capiamo che l'uomo deve convivere e lottare continuamente con un limite, che la vita è permeata dal dolore, ma vale la pena di essere vissuta per le tante piccole felicità di cui è piena e che vanno cercate con impegno, come ricorda uno dei Sette a un piccolo abitante del villaggio.

In fondo, a ben guardare, tutta la storia ruota intorno alla ricerca della felicità da parte di individui diversamente condannati a restare soli, siano il malvagio Vento di Fuoco o la splendida schiava Perla Verde. La loro battaglia è la ricerca della felicità attraverso il dolore, la comprensione del limite che stabilisce le loro vite e che solo a tratti può essere superato attraverso l'uso di un potere superiore, rappresentato dalla spada, non a caso il vero protagonista sin dal titolo.

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