"Il regista deve raccontare le contraddizioni, non temerle". Incontro con Danis Tanovic
Alla vigilia dell'uscita de "L'Enfer", prima parte di una trilogia progettata da Krzystof Piesiewski e Krzystof Kieslowki, il regista premio Oscar per No man's land racconta il suo cinema di ricerca esistenziale.

Il tuo nuovo film, L'Enfer (L'Inferno), è tratto da una sceneggiatura di Krzysztof Piesiewicz e faceva parte di una trilogia, che comprendeva anche Purgatorio e Paradiso, progettata da Piesiewicz insieme a Krzystof Kieslowski prima della sua morte. Ti senti in qualche modo erede di Kieslowski?
Va detto intanto che la trilogia è stata concepita da Kieslowski per essere girata da tre giovani registi europei, di tre diversi paesi (Italia, Francia e Spagna) nelle loro lingue. L'Enfer, girato a Parigi con attori francesi, è il film francese della trilogia. Kieslowski è uno dei tanti registi che mi hanno ispirato quand'ero studente di cinema, specialmente il Decalogo, ma non ho un rapporto particolarmente intenso con la sua opera. Non ho voluto fare un film alla Kieslowski, ma nemmeno alla Tanovic: intendo dire che ho cercato di distanziarmi anche dallo stile di No man's land e lanciarmi in un territorio completamente nuovo.
Alcune battute del film richiamano il concetto dell'impossibilità contemporanea della tragedia. Vuoi chiarire meglio il tuo pensiero?
Nei tempi antichi la tragedia traeva fondamento nella fede nell'intervento divino nella vita dell'uomo. Oggi non ci crediamo più perché non crediamo più in Dio, quindi l'elemento fondante della tragedia si è dissolto. Alla fede in Dio si sono sostituiti i due concetti di destino e di casualità, che sono al centro della riflessione di Kieslowski. Io non so scegliere tra i due, posso soltanto pormi delle domande sperando che siano condivise da tutti: è questo il compito del regista. L'immagine scelta per il manifesto, una scala a chiocciola la sua spirale sembra inghiottire Emmanuelle Beart, rappresenta proprio questo: il cerchio che si stringe senza chiudersi mai simboleggia la storia, e la nostra stessa vita, che girano su se stesse in eterno.
La tua visione sembra profondamente pessimistica.
Non è così. Quand'ero in Bosnia durante la guerra mi è capitato di essere felice; dopo la guerra, magari in un tranquillo albergo francese, mi è capitato terribilmente infelice. Che senso ha tutto ciò? Ognuno ha la sua risposta. In una scena del film la Beart, in un momento di smarrimento esistenziale, cerca di entrare in Chiesa ma la trova chiusa: questo fa sì che lei, durante il film, si fermi a riflettere sulla sua vita e trovi da sola la sua strada. La posizione morale del film è uno stimolo ad essere aperti e a non temere le contraddizioni: anche questo dovrebbe essere il compito di ogni regista. Io, cresciuto da una madre infervorata di religione e da un padre marxista, ne so qualcosa.

In No man's land hai raccontato l'inferno della guerra, ora racconti quello del privato. Qual' è il più terribile?
Entrambi possono esserlo allo stesso modo, su questa terra ognuno ha il suo. Per quanto terribile, è un'esperienza importante perché permette di riconoscere il paradiso quando lo si vede. Per esempio, se non avessi vissuto l'orrore della guerra, forse non mi sarei sentito così fortunato ieri sera, mentre guardavo mio figlio di un anno ridere e saltare sul letto.
Come ti sei trovato a lavorare in Francia?
È stato incredibile girare nella città in cui abito, ho finalmente capito come faceva Fellini quando viveva a Roma e ogni mattina si recava a Cinecittà come in ufficio. Le uniche difficoltà logistiche erano legate alla difficoltà di parcheggiare dieci TIR nel centro di Parigi durante i quaranta giorni di lavorazione, ma niente di più: la produzione è stata impeccabile. Tutti gli attori sono stati straordinari, molti di essi sono anche miei amici intimi, spero di lavorare ancora con loro.
Progetti futuri?
Insieme al mio produttore, Cedomir Kolar, abbiamo in cantiere quattro progetti in fase ancora embrionale. Uno dovrebbe essere ambientato in Bosnia, un altro in Pakistan.
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