CANNES 61 - "Cztery noce z Anna (Quatre nuits avec Anna)", di Jerzy Skolimowski (Quinzaine des réalisateurs)
Dopo 15 anni di silenzio, il cineasta polacco torna a dirigere un film, a lungo pensato e voluto, e a lungo tenuto in sospeso in cui si alternano crudeltà e poesia ed è sotteso da un senso sconosciuto di malattia e di abbandono. Mai, nel suo cinema, era stata descritta l’inerzia impaziente del vivere. La troviamo qui, venata di surreale ironia, nella impossibile comunicazione
Ha contribuito a cambiare il cinema quando, negli anni Sessanta, tutto sembrava possibile e tutto lo era, di fatto. Jerzy Skolimowski ha esasperato la fisicità dello sguardo al punto da trasformarla in pensiero puro, politicamente forte, intimamente intenso. Come se ogni film fosse un pezzo di conversazione continua e una ricerca del mondo, dell’uomo, dei modi per raccontarlo.
Dopo quindici anni di silenzio, nei quali ha soprattutto dipinto nella sua casa di Santa Monica (allestendo le sue mostre in America, Francia, Polonia, Canada), torna a dirigere un film, a lungo pensato e voluto, e a lungo tenuto in sospeso. Ma la sua storia lo riporta di nuovo in Polonia, nell’atmosfera gelida di un ospedale quasi dismesso, immerso nel nulla della campagna invernale e senza parole. Non si parla molto, infatti, in Cztery noce z Anna (letteralmente “Quattro notti con Anna”, con cui si è inaugurata la Quinzaine des Réalisateurs) perché l’ossessione del protagonista Leon Okrasa è quella di osservare, anzi, di guardare senza farsi vedere, chiuso nell’ombra di cui si circonda, nella mestizia del suo lavoro di addetto al forno crematorio. All’inizio ci appare come un personaggio crudele, con la sua ascia sotto il braccio e il fare guardingo e sospettoso. Poi, lentamente, lo incontriamo davvero nei suoi gesti quotidiani di inconsapevole e profondissima solitudine. Leon Okrasa vive in una casetta più che provvisoria e guarda dalla finestra con il suo piccolo binocolo. Guarda Anna, infermiera triste di quello stesso ospedale e si ricorda di un tempo, quando ha assistito alla violenza di uno sconosciuto. Era sempre Anna, bionda e ferita, ma da quel momento lui ha deciso di amarla e quindi, di guardarla. Si costruisce attraverso continui raccordi di tempo questo film che, a sua volta, mette insieme i brandelli di vita di Leon. Flashback che irrompono in una narrazione spezzata e rarefatta, sospesa nel gelo del paesaggio, nei grigi metallici di cui si colorano il cielo e le pozzanghere, della consistenza fangosa della terra. Solo il fiume sembra avere una vita normale, che prescinde dalla tristezza malata di questo posto, estraneo al dolore che si respira e persiste persino nel ritmo del tempo. E così questa patetica storia d’amore si consuma in quattro notti. Quelle in cui l’uomo entra nella camera di Anna semplicemente per guardarla o per circondarla di piccoli gesti, come ricucirle il bottone del camice, mettere lo smalto alle unghie che lei ha lasciato incompiute, o, ancora, lasciandole sullo specchio un anello che lei non potrà capire. Crudeltà e poesia si alternano in questo film sotteso da un senso sconosciuto di malattia e di abbandono. Mai, nel cinema di Skolimowski, era stata descritta l’inerzia impaziente del vivere. La troviamo qui, venata di surreale ironia, nella impossibile comunicazione, nei suoni che spesso si intromettono con forza a scuotere un microcosmo sordo, impossibile da scalfire.
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