RomaFictionFest 2008 - "Películas para no dormir: La habitación del niño", di Álex de la Iglesia (Noon@night)
Álex de la Iglesia gioca (bene) con gli archetipi più consolidati del genere, a partire da un Uomo Nero che ci cova dentro e che solo un baby monitor, poco più che un giocattolo, può rivelare al buon senso familiare, così un ingenuo sistema di videosorveglianza domestica si trasforma in una centrale di controllo sul funzionamento della psiche umana. Dalla stessa serie di Para entrar a vivir di Balaguerò. GALLERIA FOTOGRAFICA
La habitación del niño gioca con gli archetipi più consolidati del genere: le presenze “stampate” o incluse, terribile arredamento vivente, nella memoria della nuova casa che si va ad abitare, come, con diversa intelligenza, l’ episodio diretto da Jaume Balagueró, probabilmente il migliore, che rovescia in incubo la trafila dell’agenzia immobiliare e della ricerca della casa ideale); la figura oscura che veglia sul bambino addormentato – il babau dell’infanzia, creatura misteriosa e un po’ triste, l’Uomo Nero - non a caso il genitore, regredito alle paure infantili, continua a guardare sotto il letto); la follia di un membro che destabilizza inesorabilmente il quotidiano di una famiglia, con le fantasie di omicidio violento della bella moglie (Leonor Watling, bel viso pulito e accogliente corpo da amare lanciato anni fa sullo schermo da Parla con Lei di Almodóvar); la vecchia ospite dell’ospizio che snocciola verità sul mistero da risolvere, sotto l’alibi del rimbambimento senile; la spiegazione semiscientifica del giornalista di successo che si ritira, enorme, nel suo letto, restando in contatto col mondo solo attraverso internet e telefono, e racconta il paradosso del gatto di Schrödinger gettando luce sul percorso di comprensione del protagonista e sulla disintegrazione della sua psiche; soprattutto, la paranoia del doppio che si sostituisce a noi, vivendo la nostra vita mentre noi lo osserviamo sulla distanza, impotenti (la casa quasi di bambole in cui l’Altro da noi vive, all’interno della casa padronale; il ribaltamento del finale, che visto fuori dall’ottica del mero colpo di scena, offre l’immagine di un padre nuovamente tenero, che veglia accanto al lettino del figlio nella stessa posizione dell’Uomo Nero che lo metteva in pericolo).
Il medium è un semplice baby monitor, nato per sorvegliare il sonno dei neonati, che controlla/spia, e si moltiplica in una parodia ludica dei centri di controllo dei fenomeni spaziali, nel momento in cui il padre in angoscia (Javier Gutiérrez, credibile ma forse non abbastanza misurato) utilizza l’oggetto baby monitor, forme funzionali allegre e colorate, poco più che un giocattolo, come l’ultimo appiglio disperato alla salute mentale (è poco più che un giocattolo, ma funziona : come tanti amuleti, come lo scherzo degli "occhiali a raggi x", è un visore di poco conto, che si può acquistare nei negozi di accessori per famiglie, che tuttavia – o forse proprio per la sua modesta composizione - riesce a mostrare l’extrasensibile); uno spunto meno banale di quanto sembra: basta guardare le pubblicità di questi oggetti domestici per fantasticare sulle loro possibilità allusive in un panorama di inquietudine à la REC: promettono la custodia del bambino indifeso “anche al buio” grazie agli infrarossi e appartengono almeno virtualmente a quell’offerta di videosorveglianza casalinga che include il terrore di essere svaligiati dai ladri almeno quanto quello del tradimento del coniuge (dove l’orrore che tradizionalmente si annida in famiglia e non fuori).
Con tutti questi canoni de La Iglesia, solitamente capriccioso e amante del grottesco, a volte con risultati originali (come nel lungometraggio di esordio Acción mutante, del ‘93) gioca bene, mantenendo alta la tensione, e l’episodio risulta elegante e ben costruito come molti dei prodotti horror contemporanei girati in Spagna, il cui difetto forse è proprio di restare troppo diligenti e omogenei rispetto al contesto (la miniserie “gemella” americana dei Masters of Horror soffre, è vero, rispetto a questo esperimento, di una grossa discontinuità e disparità di qualità tra un episodio e l’altro, ma nella media generale spuntano alcune perle, dei grandi come Carpenter ma anche degli esordienti come Lucky Mc Kee).
La sigla della miniserie Películas para no dormir
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