"Come Dio comanda", di Gabriele Salvatores

Come sempre in Salvatores, un film di splendide istantanee, di ottima direzione degli attori, guidato dalla musica che ruba l'anima ai protagonisti. Ma la materia narrativa sembra continuamente sfilacciarsi, disperdendo la tensione altrove

Ammaniti bis per Salvatores, che dopo Io non ho paura torna agli affreschi narrativi dello scrittore romano: girandole di personaggi, serrati incroci temporali, personaggi archetipici e resi unici da mille sfaccettature emotive. Salvatores sceglie la strada della rarefazione, firmando un adattamento che punta alla tragedia di tre sole figure: padre, figlio e fool, una triade dagli echi monadici in una provincia che è italiana, americana, non-luogo fatto per disorientare l’orientamento e disperdere i riferimenti culturali, eppure tanto vicina, nell’effetto scenografico, alle abbaglianti saline di Amnèsia o agli spazi sterminati di Io non ho paura, dove i personaggi vivono sempre e per sempre sulla lama dello smarrimento di se stessi. Ci ripetiamo: il mestiere c’è, e si vede. Nella direzione degli attori, dal bravo Filippo Timi – Rino, padre terribile e dolcissimo, ragazzino e padrone, disperato e vincente – agli esordienti Alvaro Caleca e Angelica Leo, sorprendenti per misura e intensità, fino a Elio Germano, il cui seppur giovane talento sembra ormai in grado di assumere qualsiasi forma. Come Dio comanda ha la consistenza del quotidiano, del grigio lattiginoso del cielo del nord, è quasi materia teatrale per il peso che assumono i corpi dei protagonisti, i loro movimenti rispetto alla macchina da presa, i costumi che li coprono, gli oggetti. E’ senz’altro, e come sempre, guidato dalla musica e, nonostante qualche scelta sonora “facile”, i momenti migliori sono proprio quelli in cui (come avviene nella scena cult di Il tempo delle mele) la colonna sonora domina la scena, ruba i riflettori e l’anima ai protagonisti, sospendendoli per pochi attimi al di fuori dei loro reiterati giorni senza futuro, cullandoli nei sogni, nelle urgenze emotive, nelle speranze. E’ un film, come sempre in Salvatores, di splendide istantanee - come quella di padre e figlio a (de)ridere in cima a una collina, come il volto notturno di una ragazza contaminato da un treno mortale. Un film che culmina in un finale immenso di sincera grazia, di cuore puro. Purtroppo, per il resto, la materia narrativa – angosciante, straziante, distruttiva – sembra continuamente sfilacciarsi, disperdendo la tensione altrove, perdendo occasioni e cogliendone di discutibili, come nella scena del funerale. Se vogliamo restare nello spazio dell’onestà intellettuale dell'artista, dobbiamo ammettere allora che la tragedia c’è, ma è troppo lontana. Quello che non si dimentica è quanto è scritto nei tre volti: Rino, Cristiano e Quattro formaggi.  

 

Regia: Gabriele Salvatores

Interpreti: Filippo Timi, Alvaro Caleca, Elio Germano, Angelica Leo, Fabio De Luigi

Distribuzione: 01 Distribution

Durata: 103'

Origine: Italia, 2008

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