"Il grande sogno", di Michele Placido
Placido, ai suoi livelli più alti, riproduce il ’68 con tutto se stesso. Con la testa di uno dei pochi cineasti italiani che sa dare alle azioni un largo respiro ma anche con il cuore di chi vuole riannegare dentro la propria memoria. Non si tratta solo di un film autobiografico ma anche di un diario di formazione con un bravissimo Scamarcio che è un gradino sopra ai pur bravi Jasmine Trinca e Luca Argentero
Ancora un ‘ritorno al futuro’ nel cinema di Michele Placido. Un viaggio nella memoria insieme privato e politico come era avvenuto con Un eroe borghese, Del perduto amore e Romanzo criminale, forse non a caso i film migliori della sua filmografia come regista. Ma anche un viaggio personale nel proprio passato in un’opera dichiaratamente autobiografica dove prende forma anche il proprio ‘romanzo di formazione’ attraverso il cinema. Ci sono i frammenti di I pugni in tasca di Bellocchio e Les parapluies de Cherbourg di Jacques Demy. Ma l’identificazione, quasi la reincarnazione tra Placido e il corpo di Scamarcio è evidente proprio all’inizio del film quando il suo personaggio viene strigliato da un suo superiore proprio come accadeva al soldato Placido in Marcia trionfale di Bellocchio. Quindi ne Il grande sogno si ha proprio l’impressione di vedere il ’68 con lo sguardo soggettivo di Nicola, una figura riportata improvvisamente indietro nel tempo per rivivere quella ‘stagione indimenticabile’.
Placido riproduce il ’68 con tutto se stesso. Con la testa di uno dei pochi cineasti italiani che sa dare alle azioni un largo respiro (la rivolta nell’università con il professore chiuso dentro, gli scontri tra studenti e polizia con la macchina che è dentro le collisioni e ne riproduce in pieno l’energia) ma anche con il cuore di chi vuole riannegare dentro la propria memoria. C’è un momento in cui la famiglia di Laura si trova in vacanza e vanno nel bosco lì vicino a cercare il cane che si è smarrito. Quello squarcio appare come la riproduzione di un filmino amatoriale familiare, quasi una specie di album dei ricordi. Del resto l’ampiezza del cinema di Placido era evidente in quegli squarci dentro i locali romani degli anni ’70 con quei colori tra il rosso e il nero che richiamavano brani del cinema di Scorsese. E per quanto riguarda Il grande sogno il regista recupera quell’utopia ma anche quell’entusiasmo di film statunitensi sulla contestazione come Fragole e sangue di Hagmann e L’impossibilità di essere normale di Rush. Nel film ci sono, contemporaneamente, anche le traiettorie irregolari di un percorso smarrito. Nicola dà l’idea sempre di essere sospeso a metà, mai nel posto giusto. Né dalla parte degli studenti, né da quella dei poliziotti. C’è continuamente qualcosa che unisce e divide, che lo costringe a mascherarsi, come nel momento in cui si copre col casco per non farsi riconoscere da Laura. Forse il suo luogo lo trova nel momento in cui comincia a recitare e nella scena del provino, dove Scamarcio offre un saggio non solo di tecnica ma anche di potente intensità emozionale. Con Placido l’attore dà il meglio e ne Il grande sogno è un gradino sopra ai pur bravi Jasmine Trinca e Luca Argentero.
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