Ozon secondo Ozon
n occasione della presentazione stampa del bellissimo Ricky, tenutasi a Palazzo Farnese, abbiamo incontrato il regista François Ozon. E' stata un'occasione per ascoltare con la viva voce dell'autore di Sotto la sabbia e Angel alcune considerazioni sul suo cinema.
In occasione della presentazione stampa del bellissimo Ricky, tenutasi a Palazzo Farnese, abbiamo incontrato il regista François Ozon. E' stata un'occasione per ascoltare con la viva voce dell'autore di Sotto la sabbia e Angel alcune considerazioni sul suo cinema.
"Credo che la nostra società idealizzi enormemente l’idea della maternità, mentre quello che mi interessa mostrare è che si tratta di qualcosa di complicato, che è straordinario vedere qualcosa che cresce dentro di te, e che i sentimenti di una madre verso il bambino sono per forza di cose complessi, non c’è mai soltanto “è il mio bebè”, c’è anche l’idea del corpo che si trasforma, della sessualità che si trasforma. Bisogna accettare l’idea di condividere questo bambino, di vederlo andare via un giorno e distaccarsi, tutto questo fa sì che psicologicamente queste sensazioni, queste emozioni siano per me appassionanti da raccontare. È vero che questo film parla della difficoltà dell’istinto materno, e anche il film che ho terminato da poco, Le refuge, mostra questa medesima concezione della maternità come qualcosa che non nasce da sé ma è un insieme complesso, che ha degli elementi positivi e negativi, come tutto."
"Per me non è tanto importante lanciare messaggi e dare risposte, quanto porre delle domande. Penso che l’importante sia lasciare lo spettatore libero di interpretare, pertanto film come questo hanno molte letture possibili, tante per quanti spettatori ci sono. Quello che mi interessa del cinema è come l’immaginazione possa lavorare durante la visione di un film, questa libertà nell’interpretare delle cose. Effettivamente ho avuto con gli spettatori delle reazioni veramente diverse ed è questo che cerco."
"Per me è importante mostrare che l’arrivo di un bambino in una famiglia non è per forza di cose un evento vissuto in maniera felice, ma può essere anche qualcosa di mostruoso. È per questo che nel racconto che ho adattato - Moth di Rose Tremain - il bambino aveva da subito l’aspetto di un angelo, ma quando abbiamo realizzato la sceneggiatura ci siamo resi conto che sarebbe stato più interessante mostrarlo inizialmente come un piccolo anatroccolo che si trasforma più tardi in cigno. Il fatto che all’inizio fosse qualcosa di un po’ disgustoso ci permetteva di parlare della maternità, del fatto che una madre guardi sempre suo figlio con gli occhi dell’amore, anche se il bambino è mostruoso, ributtante, anche se ha delle escrescenze che sembrano le ali di un pollo, lei lo guarda con amore. È la stessa cosa che accade quando una mamma dice “il mio bambino è il più bello del mondo” mentre agli occhi di un estraneo è brutto."
"Riguardo al personaggio di Sergi Lopez, mi interessava mostrare la difficoltà di diventare padre. Per un uomo è molto difficile trovare il proprio posto di fronte alla relazione di fusione totale che esiste tra madre e figlio. È la madre che porta in grembo il bambino, è lei che lo allatta al seno ed è dunque privilegiata. Spesso tale aspetto di fusione taglia fuori i padri ed è questo che ho voluto esprimere nel rapporto tra Katie e Paco, e allo stesso tempo fino a che punto fosse difficile da parte di quest’ultimo a occuparsi del bambino, tanto che l’afflato materno poteva persino indurre la donna a sospettare che fosse il padre il responsabile dei lividi e dei bernoccoli del bambino."
"Ho trovato il racconto molto triste, mi sembrava invece che questo elemento straordinario e fantastico dovesse permettere ai personaggi di essere felici e di trovare il loro equilibrio. Così ho impiegato diverso tempo per adattare il racconto, perché lì l’idea che colpisce subito è quella del bambino volante, mentre lavorando sul soggetto mi sono reso conto che quello che mi interessava era la famiglia. Può darsi che stia attraversando un momento della mia vita in cui ho voglia di dire che la famiglia è positiva, dopo aver detto molti miei film che doveva essere distrutta, mentre ora penso che sia un male necessario, ma anche che può essere un ambiente per sbocciare."
"Il lavoro con un bambino è come quello con un attore, solo che è lui la star del film. Tutto il piano di lavorazione era adattato ai suoi ritmi. La madre ci aveva detto che se tra le undici e mezzo e mezzogiorno non avesse avuto il suo biberon, avrebbe urlato, e allora abbiamo girato le scene in cui doveva piangere in quel lasso di tempo. Così come sapevamo che verso le quattro, dopo mangiato, avrebbe cominciato a muovere parecchio le gambe e sarebbe stato molto attivo: tutto era girato secondo i suoi ritmi. Dunque il bambino era molto felice, era veramente lui la star."
"Ho pensato molto alle fiabe dei Grimm e a Pollicino o Hansel e Gretel, che cominciano in maniera estremamente realista, con dei genitori molto poveri che, in seguito a una carestia, non hanno più soldi per nutrire i figli e devono abbandonarli nella foresta. Quindi si parla prima di tutto dell’angoscia dell’abbandono, e solo dopo si passa all’elemento fantastico, ed è vero che la struttura di Ricky funziona un po’ così: c’è una situazione di famiglia un po’ disfunzionale all’inizio, con la difficoltà della bambina di trovare il suo ruolo, una donna che inizia all’improvviso una storia con un uomo, e poi questo bebè straordinario che provoca dei cambiamenti in ogni personaggio e obbliga la famiglia a trasformarsi."
"Quando stavo scrivendo la sceneggiatura ho avuto la tentazione di far cominciare la storia con una denuncia dei media, della società attuale, poi mi sono accorto che mi interessava rappresentarli come istanze di un mondo esteriore, mentre questa donna preferisce restare nel suo mondo interiore, e custodisce il suo bambino come se volesse tenerlo ancora nel suo ventre, non vuole condividerlo, ma poi è necessario che il bambino esca, ed è quello che le dice Paco."
"Mi interessava mostrale il principio di realtà e il principio di piacere, e il fatto che a un certo momento questa donna è obbligata ad accettare l’esterno, è obbligata a mostrare il suo bambino. Dunque non ho voluto fare una denuncia contro i media, che ormai è quasi un cliché, mi interessava invece mostrare come spesso i borghesi dicano che la tv dei reality è atroce, mentre ci sono degli psicanalisti che notano come ci sia anche un effetto terapeutico nel raccontare la propria vita e nello stesso tempo guadagnare dei soldi."
"Avevo voglia di mostrare come questi due personaggi a un dato momento si trovino nella terribile condizione di mostrare questo bambino come fosse l’attrazione di un circo, ma allo stesso tempo i soldi che ne derivano sono anche la condizione che forse gli permetterà di allevarlo. Volevo parlare del dilemma che si ha nei confronti di questa società ultra mediatica e se bisogna o meno scendervi a patti. Ora, magari, per chi ha dei soldi la questione non si pone, ma per delle persone di ceto proletario, come i protagonisti del film, si tratta di scegliere se abbandonare il figlio alla scienza o di allevarlo da sé anche a costo di dover ottenere i soldi proprio grazie al bambino."
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