VENEZIA 67 – “Le bruite des glaçons”, di Bertrand Blier (Giornate degli autori)
Il cinema di Blier torna sui consueti territori della commedia nera in declinazione francese e torna a frullare generi con il vezzo dell’ironia dissacrante. Ma, nel complesso, tutto questo furore ironico e pesantemente metaforico risulta troppo programmat(ic)o per poter trascinare emotivamente lo spettatore
Il cinema di Blier torna sui consueti territori della commedia nera in declinazione francese e torna a frullare generi con il vezzo dell’ironia dissacrante. La storia è quella del famoso scrittore Charles Faulque e della sua fedele (nonché segretamente innamorata) domestica Louisa, che si ritrovano entrambi a ricevere la visita del “loro” cancro. La malattia più nascosta, il male più interiore e fisico che l’uomo possa concepire, la paura più segretamente covata da ognuno, qui prende sembianze umane. Parla, comunica, si scontra e ridacchia con le sue vittime accompagnandole alla loro fine. Ma, nel contempo, anche questo male è dominato dal dubbio e dalle paure di non riuscire a portare a termine il proprio compito: perpetrare la morte. Blier tira in ballo domande esistenziali sul senso profondo della vita, sulla tardiva apertura sentimentale e sull’amore come unica ancora di salvezza. Marca un confine nettissimo tra la bellezza del mondo giovanile (l’amante russa di Charles, Evgenia, inquadrata sempre come un’icona di irraggiungibile sensualità) e la perdita senile delle speranze (i primi piani insistiti sul volto scavato di Louisa). Riesce persino ad orchestrare momenti di cinema memorabili come l’addio di Evgenia che abbraccia Louisa con sincero amore materno, in un fulmineo flashback che la accomuna alla sua perduta “madre” Russia. Nel complesso, però, tutto questo furore ironico e pesantemente metaforico risulta troppo programmat(ic)o per poter trascinare emotivamente lo spettatore. Blier gioca con il cinema come gioca coi suoi personaggi: flashback e incastri temporali, attori che più volte si rivolgono direttamente verso la macchina da presa, continue “messe in scena” nella messa in scena in una esibita cerebralità. Insomma è il cinema che svela continuamente ogni suo meccanismo senza però dare in cambio un’adeguata ricompensa. Senza riuscire a coinvolgere adeguatamente né a livello emotivo, né a livello di riflessione sul mezzo cinematografico come traduttore primo delle angosce umane.
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